Ugo Dotti.
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Gli scrittori e la storia.
La narrativa dell'Italia unita e le trasformazioni del romanzo da Verga ad oggi.
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Parte 2.
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2012. Nino Aragno Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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Capo 4. L'Italia fascista e post-fascista.
Capo 5. Miseria borghese: Gadda. La Resistenza: Fenoglio. Nazifascismo: Primo Levi.
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Parte seconda.
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Tendenza e caratteri della narrativa contemporanea Il romanzo contemporaneo tra storia e invenzioni.
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Capo 1. Profilo socio-politico dell'Italia contemporanea.
Capo 2. Italo Calvino e lo scrittore di professione.
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FINE Indice.
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Capo 4. L'Italia fascista e post-fascista.
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Silone - Jovine - Carlo Levi - Alvaro - Vittoriani - Pavese - Tomasi di Lampedusa - Elsa Morante.
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Il dramma delle campagne in Fontamara di Silone.
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1 Nel 1930, nell'esilio svizzero di Davos dove si trovava ammalato, un dirigente del partito comunista d'Italia clandestino che proprio in quel momento veniva espulso dal partito, scriveva quel suo Fontamara che sarebbe poi stato catalogato come uno dei primi esempi del nuovo realismo. Si era nel pieno del fascismo mussoliniano e il libro dovette venire pubblicato in tedesco, a Zurigo nel 1933, grazie alla prenotazione di ottocento sottoscrittori. In esso l'autore, l'allora trentenne Ignazio Silone, raccontando gli strani fatti avvenuti in quel periodo a Fontamara, un immaginario paese nei pressi di Pescina, nella Marsica (dove lo scrittore era nato il 1 maggio del 1900), dava corpo, avvolgendola in un clima di primitiva epicit e di umanit primordiale assuefatta a ogni tipo di sofferenze, alla narrazione del dramma delle campagne italiane quale si rifletteva nella vita di coloro, tra i quali lo stesso autore, che le avevano abitate o abitavano. L'avere poi innalzato tale racconto su un piano quasi fuori del tempo e della storia, su un piano da parabola o leggenda, varr non poco a trasformare un documento in un'opera letteraria. Ma sar qui bene, per prima cosa, tracciare un rapido schizzo del paesaggio agrario italiano dopo l'unit del paese.

2 Cominceremo col dire che, soprattutto al Sud ma anche al Centro della penisola, quello che tra i diversi sistemi di conduzione della terra era sopravvissuto a duemila anni di guerre e rivoluzioni, era stato, nonostante i frequenti cambi di propriet e una legislazione talvolta ostile, il latifondo.

3 La soppressione giuridica del feudalesimo ad opera della legislazione napoleonica aveva s spezzato, in via provvisoria, alcuni di questi latifondi, ma l'agricoltura estensiva era stata ostacolata dalle difficili condizioni naturali sicch, come era gi accaduto in passato e si sarebbe ripetuto in avvenire, essi finirono ben presto per ricostituirsi intorno alle poche persone che avevano accesso al grande capitale. Con tre raccolti su dieci che andavano a male,  evidente che il contadino non aveva molte possibilit di lavorare in proprio, di aspirare a realizzare un complesso agricolo razionale ed equilibrato, e neppure di tentare di attuare un'adeguata rotazione delle culture o ricavare foraggio per il bestiame da lavoro. Egli si vide pertanto costretto a rivendere l'appezzamento di terreno che gli era stato concesso e a dover rinunciare persino alle stesse terre comuni appartenenti ai singoli villaggi, inghiottite con sempre maggior frequenza dai grandi proprietari terrieri in virt delle loro speculazioni e dei loro sistemi poco puliti. E cos, mentre il latifondo si veniva celermente ricostituendo, ben pochi erano quei contadini che possedevano qualcosa di pi di una capanna o di un'aia, divenendo all'opposto sempre pi numerosi i lavoratori giornalieri, inevitabilmente condannati a un'esistenza quanto mai misera e precaria. N un miglioramento si dette certo al tempo del ventennio fascista, periodo nel quale si assistette piuttosto a un nuovo esodo dalle campagne.

4 Il censimento del 1921 aveva ancora classificato i tre quinti della popolazione attiva come dedita all'agricoltura, ma la cifra, in base a quello di dieci anni dopo, era gi discesa della met. Mussolini, che non vedeva affatto di buon occhio questo continuo afflusso di gente nelle citt e il loro unirsi a una manodopera industriale dalle tendenze socialisteggianti, eman nel 1930 una legge che faceva divieto ai lavoratori di lasciare la propria residenza senza l'autorizzazione del prefetto. E se i grandi proprietari terrieri?-?i Borghese, i Caracciolo, i Chigi, i Colonna, i Torlonia?-?che continuavano a possedere, complessivamente, circa mezzo milione di ettari, furono naturalmente pi che grati al regime per una misura che legava il contadino alla terra con salari sempre pi bassi, ne consegu pure che la sovrappopolazione nelle zone rurali andasse sempre pi aggravandosi e le condizioni di vita dei lavoratori peggiorando.

5 Si trattava in realt, per accostarci ora alle tematiche trattate da Silone nel suo Fontamara, di una massa crescente di persone che, espulse di fatto dal processo produttivo agricolo, restavano disperatamente attaccate al loro piccolo appezzamento nella speranza di sfuggire a una disoccupazione totale in un paese la cui l'evoluzione capitalistica all'italiana o alla prussiana (come ebbe a esprimersi Lenin) non offriva loro alcuna possibilit nell'industria. E mentre sulle terre del latifondo signorile, o ai margini della grande azienda moderna, queste masse premevano inutilmente per ottenere a qualsiasi prezzo uno spezzone di terra, su quello che eventualmente ancora possedevano impiegavano, con strumenti rudimentali, un lavoro non qualificato e quasi del tutto improduttivo. N ci li scoraggiava, dando per vita a una guerra tra poveri che ha persino dell'incredibile. Laddove infatti un qualche risparmio accumulato negli anni di una emigrazione lontana dava possibilit e speranza al desiderato e ben misero acquisto, per esso si era disposti a pagare somme del tutto esorbitanti; laddove al contrario, come generalmente accadeva, anche questa strada era preclusa, non restava che il bellum omnium contra omnes, vale a dire quella concorrenza disperata di lavoro di cui profittarono agevolmente i gentiluomini con l'esigere da questi diseredati in lotta tra loro canoni d'affitto arpagonici. Tale il quadro di fondo che, nel 1930 come si diceva, Ignazio Silone si accinse a trasportare sul piano letterario; e un quadro altres nel quale, a campeggiare nella ricostruzione artistica dello scrittore, non  soltanto la storia, ma la storia intesa come lotta di classi.  l'emergere sempre pi risoluto di questo motivo il tratto saliente di un libro, per i tempi, effettivamente singolare.

6 La presenza della storia in Fontamara, anche se ancora nel suoi tratti indistinti e confusi,  del resto gi attiva nella prefazione al racconto. Vi si dice fra l'altro:

La scala sociale non conosce a Fontamara che due piuoli: la condizione dei cafoni, raso terra, e, un pochino pi su, quella dei piccoli proprietari. Su questi due piuoli si spartiscono anche gli artigiani: un pochino pi su i meno poveri, quelli che hanno una botteguccia e qualche rudimentale utensile; per strada gli altri. Durante varie generazioni i cafoni, i braccianti, i manovali, gli artigiani poveri si piegano a sforzi, a privazioni, a sacrifici inauditi per salire quel gradino infimo della scala sociale; ma raramente vi riescono. La consacrazione dei fortunati  il matrimonio con una figlia di piccoli proprietari. Ma se si tiene conto che vi sono terre intorno a Fontamara dove chi semina un quintale di grano talvolta non ne raccoglie che un quintale, si capisce come non sia raro che dalla condizione di piccolo proprietario, penosamente raggiunta, si ricada in quella del cafone.

7 Dove per sar da tener presente questa apparente nota marginale che rivela come il punto di vista dello scrittore sia precisamente quello di rompere con la commiserazione della miseria per schierarsi risolutamente dalla parte di chi cominciava a lottare per il suo deciso superamento: per intendere appunto la storia come lotta fra le classi.

Io so bene?-?osserva infatti Silone?-?che il nome di cafone, nel linguaggio corrente del mio paese, sia della campagna che della citt,  ora termine di offesa e di dileggio; ma io l'adopero in questo libro nella certezza che quando nel mio paese il dolore non sar pi vergogna, esso diventer nome di rispetto, e forse anche di onore.

8 Nel modo pi semplice e chiaro, e pertanto pi efficace, viene qui espressa quella che era stata una parola d'ordine degli ordinovisti di Torino: che la nuova letteratura rivoluzionaria' doveva partire dal basso: dal cafone divenuto ora un nome di rispetto e fors'anche d'onore. Dall'indistinto della comune miseria?-?tale il fine di Fontamara?-?dovr prendere principio la difficile coscienza del complesso processo per il suo superamento.

9 Tale intenzione, se non sbaglio, viene rafforzata da quanto Silone fa osservare sulla lingua che dovr adoperare:

A nessuno venga in mente?-?egli dice sempre nella Prefazione?-?che i Fontamaresi parlino l'italiano. La lingua italiana  per noi una lingua imparata a scuola [...] una lingua straniera, una lingua morta, una lingua il cui dizionario, la cui grammatica si sono formati senza alcun rapporto con noi, col nostro modo di agire, col nostro modo di pensare, col nostro modo di esprimerci.

10 E di rincalzo:

Naturalmente, prima di me, altri cafoni meridionali han parlato e scritto in italiano, allo stesso modo che andando in citt noi usiamo portare scarpe, colletto e cravatta.

11 E infine:

La lingua italiana nel ricevere e nel formulare i nostri pensieri non pu fare a meno di storpiarli, di corromperli, di dare ad essi l'apparenza di una traduzione. Ma per esprimersi direttamente, l'uomo non dovrebbe tradurre. Se  vero che, per esprimersi bene in una lingua, bisogna prima imparare a pensare in essa, lo sforzo che a noi costa il parlare in questo italiano significa evidentemente che noi non sappiamo pensare in esso (che questa cultura italiana  rimasta per noi una cultura di scuola).

12  soprattutto quest'ultimo passo il pi rivelatore. Cosa ci dice? Ci spiega che la lingua italiana, la lingua della civilt e della storia,  qualcosa di estraneo al mondo dei cafoni (della Marsica o della Calabria che siano); che  in certo modo incompatibile con la loro esistenza primitiva e quasi selvaggia, dolorosamente mitica; e che tuttavia, se si vuole iniziare a denunciare apertamente le disumane sofferenze che questo ambiente pur cos suggestivo (letterariamente suggestivo) comporta, occorre ricorrere proprio allo strumento espressivo della civilt e della storia. Scrive Silone:

Ma poich non ho altro mezzo per farmi intendere (ed esprimermi per me adesso  un bisogno assoluto), cos voglio sforzarmi di tradurre alla meglio, nella lingua imparata, quello che voglio che tutti sappiano: la verit sui fatti di Fontamara.

13  sicuramente una prima ma quanto mai rilevante conquista: sotto lo stimolo di un bisogno pressoch insopprimibile e che si caratterizza come denuncia insieme morale e politica (ed esprimermi per me adesso  un bisogno assoluto), lo scrittore, portavoce stesso dei cafoni di Fontamara, rinuncia alla parlata sua propria e si sforza di tradurre quanto ha da dire in un linguaggio a ben pi ampia circolazione; non solo, ma tale che, manifestando finalmente la verit storica a chi ancora non la conosce o finge furbescamente di non conoscere, costringe costui a non avere pi pretesti per ignorare ci che la stessa vita civile di cui fa parte, o della quale crede di fare parte, impone di non ignorare. Sotto questo aspetto il cafone, con la lezione di civilt impartita al gentiluomo, si  gi guadagnato un primo titolo d'onore.

14 Come si vede il libro di Silone si presenta, da subito, come un atto di sfida (anche alla letteratura a lui contemporanea). E tanto pi lo  in quanto le pagine che lo compongono sono il racconto del lento, faticoso e quanto mai sofferto cammino di Berardo Viola verso la liberazione dai propri atavici pregiudizi e verso la conquista di un'esistenza che abbia finalmente un senso. Credevo che la vita non avesse ormai pi senso per me, comprender finalmente Berardo nelle pagine finali. Ma forse pu ancora avere un senso?-?quel senso forgiato nella decisione della lotta che, proprio in virt del sacrificio del protagonista, finir per riverberarsi sui suoi compaesani, illuminarli e trascinarli anch'essi, fuori dalle immobili regioni del mito, nei ben pi vasti, articolati e cinicamente dolorosi sentieri del vivere storico: un vivere nel quale?-?nelle circostanze date?-?l'esistenza non ha senso se non  costantemente accompagnata dalla rivolta contro l'oppressione.

15 Ma cosa, il cafone fontamarese, ha davvero imparato nel suo difficile cammino verso la propria liberazione dalla schiavit materiale oltre che verso il recupero della propria dignit calpestata? Egli ha imparato sostanzialmente una cosa: che non basta crucciarsi e maledire, ma che occorre rendersi conto delle ragioni storiche che permettono nel mondo una presenza cos spietata della violenza, dell'oppressione e dell'ingiustizia. A un certo punto della propria evoluzione Berardo Viola comprende che i raggiri, le malizie e gli stessi misfatti della classe nemica posseggono una forza per il momento insuperabile in quanto si innestano profondamente in una struttura sociale che non solo li permette, ma li favorisce e li stimola.

16 Comprende che l'invocare la giustizia in astratto altro non  che la valvola di sfogo di una classe debole e perdente. Intuisce che per rinnovare davvero la societ umana diviene indispensabile scardinare alle radici il sistema sociale esistente o, quanto meno, neutralizzarlo nei meccanismi che producono lacerazioni cos vistose e disumane. Il che, come chiaramente si evince dalle pagine conclusive di Fontamara, sar questione non gi di un individuo, di un eroe, s piuttosto di un'intera collettivit che abbia preso coscienza del problema. Insomma: Proletari di tutto il mondo, unitevi!.

17 Non gi, detto questo, che si debba inneggiare al capolavoro. Per quanto per Fontamara, soprattutto in virt del suo linguaggio aulicamente semplice e tutto intessuto di formule arcaicizzanti nel tentativo dello scrittore sia di tradurre nella lingua della civilt e della storia il potente ma elementare fraseggiare del cafone e della sua terra, sia di sottolineare il difficile trapasso dal mito al vivere civile, e, per quanto ancora, non sia mancato chi ha voluto accostare il libro di Silone all'epos antico e persino ad Omero, sembra assai pi ragionevole e fruttuoso, di quest'opera, sottolineare due caratteristiche: la novit della materia che per la sua pregnanza storica prometteva, o poteva promettere, una svolta radicale nella narrativa italiana, e l'essere tuttavia rimasta, tale narrativa, sul piano dell'abbozzo e del progetto. Io non so se Silone, all'altezza degli anni trenta (quando cio militava ancora nel partito comunista d'Italia), avesse inteso, con Fontamara, proporsi anche la realizzazione di quel romanzo socialista che era allora una delle aspirazioni dell'estetica comunista e sovietica; certamente parve preannunciarlo.

18 Il messaggio politico-ideologico che l'opera racchiude resta comunque troppo scoperto e evidente, troppo unilaterale per sfociare, sic et simpliciter, nella complessa dialettica del romanzo, socialista o non socialista che sia. Dato anche, come  noto, il successivo ripudio da parte di Silone delle concezioni comuniste per un progressivo accostarsi agli ideali di un umanitarismo cristiano o cristianeggiante, occorrer attendere vent'anni perch la tematica dello scrittore abruzzese venisse ripresa da un altro abruzzese. Alludiamo, naturalmente, a Le terre del Sacramento di Francesco Jovine.

Latifondisti e cafoni: Le terre del Sacramento di Francesco Jovine.

19 Per quanto non diviso in capitoli ma scritto in un continuum di scene tra loro separate da un piccolo spazio tipografico (come per una serie di tratti che, via via allargano l'orizzonte del narrato oppure, quando  il caso, lo restringono sull'episodio particolarmente significativo) il romanzo del molisano Francesco Jovine, Le terre del Sacramento , si presenta a noi, ancor oggi, come l'opera che della materia qui trattata ci d l'espressione non soltanto pi compiuta in senso letterario ma come quella che, pur senza proclami teorici, ha inteso restaurare il romanzo come traduzione artistica di vicende storiche molto precise, oltre che pregnanti e significative. Non per nulla, e sino dalle prime battute, vi si risente l'eco (quanto meno) del ritmo del romanzo classico ottocentesco, e non per nulla i tanti personaggi che lo costituiscono, maggiori e minori, ottemperano alla volont dell'autore di ricostruire, in un villaggio e in una cittadina dell'Italia meridionale, quel dramma delle campagne di cui abbiamo parlato in apertura di questo capitolo fissandone i termini cronologici dal primo dopoguerra alla funesta marcia su Roma. La storia, la storia amara della violenza fascista che esercita il suo potere in stretta alleanza con la parassitaria borghesia latifondista e che restaura l'ordine contro le sacrosante esigenze di giustizia delle masse diseredate e socialisteggianti, diviene cos, per la prima volta da noi in forma notevolmente compiuta, protagonista di un'opera d'arte. Credo davvero di poter dire che, a met del Novecento (steso tra il 1947 e il 1950 nella sua redazione ultima il romanzo risale tuttavia al 1942?-?opera dunque di quasi un decennio), Francesco Jovine abbia saputo riproporre la grande lezione etico-civile che fu indubbiamente uno dei caratteri distintivi del grande romanzo del secolo XIX. Egli ebbe a parlarne nei termini seguenti 1 :

Le terre del Sacramento prendono titolo dal nome di un antico feudo posto al centro della complessa vicenda con la sua antichissima storia, che  poi la storia della gente che visse e vive tra la gramigna e le sue macchie. Io ho raccontato questa storia nei suoi aspetti recenti, ma vi ho riconosciuto i segni di un dramma secolare; ho tentato una trasposizione nel tempo senza salti di cronologia, ma scrutando nelle voci, nel discorso, gli echi perduti di un discorso remoto.

20 Cosa significa?

21 Significa anzitutto che l'immersione dello scrittore nella storia  stata un'immersione completa, totale; vale a dire l'immersione di chi, nel presente, non rinuncia ad auscultare e rinvenire, recuperandole nei loro nessi e conseguenze, le voci del passato, anche di quello pi remoto; e che pertanto, per prima cosa, lo scrittore si propone di comprendere gli atteggiamenti e le vicende del presente proprio in connessione con questo passato. In altri termini: la storia presente, la presente tragedia, non  che la diretta conseguenza delle scelte di classe del passato, della mancata riforma agraria, della voluta capitalizzazione del Nord con la sorda complicit del grande latifondo del Sud, della piemontizzazione d'Italia e di una unificazione del paese imposta dall'alto: il fascismo cio autobiografia della nazione, secondo il motto di Piero Gobetti e con l'implicita polemica con le interpretazioni della storia di stampo idealistico. Non  poco se, tra l'altro, si tien conto che i Quaderni del carcere gramsciani vennero editi soltanto a partire dal 1948.

22 Naturalmente tutti i temi che abbiamo sopra elencato, e gli altri che si potrebbero aggiungere, non compaiono nel romanzo di Jovine in maniera diretta; essi si traducono nella folla di personaggi che il libro propone attraverso la strategia, come abbiamo detto all'inizio, della serie di scene che si susseguono l'una all'altra in tempi e misure sempre sorvegliate e costanti.  precisamente attraverso questo metodo?-?metodo che non indica ma allude, che non disegna ma evoca?-?che Jovine, senza salti di cronologia, pu rimandare, facendo uso, si potrebbe ripetere, di un linguaggio da codice civile?-?ovverosia, come ebbe a riconoscere egli stesso, senza concessioni ad abbandoni descrittivi o lirici?-?al pieno recupero degli echi perduti di un discorso remoto.

23 Cos impostato sul ritmo di un grande fiume che avanza lento ma implacabile, con i suoi momenti di quiete ma pure con i suoi improvvisi torbidi gorghi annunciatori di violente e funeste tempeste, il romanzo di Jovine dapprima tratteggia il complesso quadro di una borghesia fondiaria che tra Napoli e Isernia trascorre la sua esistenza parassitaria nell'indolenza dello svago condotto tra lo stanco divertimento del circolo, il viaggio nella capitale o fuori d'Italia, l'assonnato e presunto raccoglimento nelle stanze dell'avito palazzo, il pesante sfogo sessuale, le disordinate tradizioni familiari, l'abulia e il progressivo indebitamento, l'incuria per esso o, all'opposto, lo scatto arrogante per una presunta dignit sociale ritenuta offesa e, subito dopo, in concomitante ma progressivo emergere, disegna e tratteggia anche l'erompere della rivolta. A fronte infatti di una borghesia latifondista che amerebbe fermare il tempo o ricondurlo a quello dei maggiori privilegi borbonici, e a fronte insieme di una borghesia professionale che della decadenza della prima, pur in alleanza ideologica con essa, sa trarre i propri vantaggi economici e profittare delle circostanze storiche per stimolare il proprio peso sociale e il proprio accrescimento finanziario, si leva, sempre pi incalzante nelle pagine conclusive, la classe avversa: la classe di coloro?-?i cafoni, i proletari?-?che per sopravvivere non possiedono che le armi di un antico sudore, di un'infinita pazienza e di un secolare esercizio a subire la percossa e l'umiliazione. Ed essa trover, da essa stessa generato, lo strumento e la guida per il proprio riscatto. Dir nelle pagine finali uno di costoro: Io seguir la sorte generale; il mio  un atto collegato con il vostro; l'ho scientemente collegato. Io ho sempre seguito la legge. Ma questa volta la legge  entrata in conflitto con la giustizia, e io ho scelto la giustizia. E poco pi avanti, con voce trionfale: Quando tu volevi presentare la cambiale in protesto dei nostri contadini alla Banca del cielo io non ero d'accordo con te. Ma ora la presentiamo alla Banca della storia. E lo stesso Jovine, nel suo ultimo anno di vita: Non si tratta pi, caro Russo, di riconoscere il diritto di tutti gli uomini alla libert; si tratta di renderlo reale 2 . La storia, e la volont di dirigerla secondo ragione e civilt, entrano di prepotenza, a rianimarla, nella sfera della letteratura e dell'arte.

L'idoleggiamento del mito e la negazione della storia: Carlo Levi

24 Cresciuto nell'ambiente torinese di Piero Gobetti, per avere avuto una parte di rilievo nella fondazione del movimento antifascista di Giustizia e Libert, Carlo Levi, allora trentatreenne, venne condannato al confino di Grassano, in Basilicata. Era il 1935. Otto anni dopo, su questa sua amara esperienza iniziava a stendere quella sorta di diario-saggio?-?Cristo si  fermato ad Eboli?-?che, come tutti sanno, avr uno strepitoso successo e moltissime traduzioni. Vi si narra come, confinato nell'Italia meridionale, lo scrittore, l'illuminista di Torino, si trovi di colpo gettato in una realt senza storia, senza ragione e senza libert. D'un tratto egli si vede costretto a vivere in un mondo immobile e popolato, pi che da cristiani, da animali. Secoli di rassegnazione sembrano pesare sulla schiena di questi personaggi dalla figura terribile: uomini oscuri, chiusi, aggrondati, il cappello nero e il vestito nero e, d'inverno, il mantello. Tutto il quadro e il senso del libro di Levi, a dir vero, sono gi sintetizzati nella pagina d'esordio:

- Noi non siamo cristiani,?-?essi dicono,?-?Cristo si  fermato a Eboli -. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo. [...] Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro vita diabolica o angelica, perch noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono di l dall'orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto.

25 E poco dopo:

Cristo non  mai arrivato qui, n vi  arrivato il tempo, n l'anima individuale, n la speranza, n il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. Cristo non  arrivato, come non erano arrivati i romani [...] n i greci. [...] Nessuno degli arditi uomini di occidente ha portato quaggi il senso del tempo che si muove, n la sua teocrazia statale, n la sua perenne attivit che cresce su se stessa.

26 Anche queste poche righe mi paiono sufficienti a chiarire il divario e lo scontro fra mito e storia, fra realt fuori del tempo e realt nei confini di esso. Su questo scontro e divario si srotolano le duecento e tante pagine di un libro che vorrebbe essere?-?e a suo modo ?-?la riflessione di un uomo che Cristo e la storia non hanno toccato, su una collettivit umana che ne  rimasta intatta. E in certa misura ci troviamo persino di fronte a un'ammirazione cos decisa per questa sconcertante scoperta che le conclusioni, talora, rasentano il paradosso. Il fatto  che Levi, nella sua narrazione, accentua cos insistentemente l'immobilit di questi paesi; che descrive con tanta passione questo paesaggio che, sulla via che Cristo non ha mai percorso, s'indeserta tra totem e tab; che ha cos miticamente fantasticato sulla storia senza storia di queste popolazioni che le verit storiche, anche le pi elementari, vengono talora o trasfigurate o completamente distrutte. Tali ad esempio, a met libro, le considerazioni sulle quattro guerre nazionali (?) che i popoli della Lucania avrebbero disperatamente e infelicemente sostenuto contro le teocrazie statali di Enea, dell'antica Roma, del mondo mercantile guelfo e, infine, contro l'Italia unita con lo scatenamento del brigantaggio; tali da ultimo le pagine finali nelle quali Levi, sia pure a nome e per conto dei suoi contadini senza Cristo, prorompe nella sua invettiva contro lo Stato, contro tutti gli Stati, contro lo Stato Etico degli hegeliani come s'esprime una volta, per sostenere che la cosiddetta questione meridionale potr risolversi soltanto con la creazione di un nuovo Stato che non sia n quello fascista, n quello liberale, n quello comunista, forme tutte diverse e sostanzialmente identiche della stessa religione statale. E quale dovrebbe essere questo Stato rigeneratore capace di permettere la coesistenza fra la civilt di coloro che hanno operato nella storia e coloro invece che sono sempre vissuti al di fuori di essa? Il comune rurale autonomo. Con questa finale precisazione:

Ma l'autonomia del comune rurale non potr esistere senza l'autonomia delle fabbriche, delle scuole, delle citt, di tutte le forme della vita sociale. Questo  quello che ho appreso?-?scrive finalmente Carlo Levi?-?in un anno di vita sotterranea. (Cristo si  fermato a Eboli, Torino, Einaudi, 1956, p. 223).

27 Orbene: l'Utopia libertaria, se pure insorgente, come indubitabilmente  nel caso di Carlo Levi, dai pi nobili sentimenti, pu portare a pericolosissimi fraintendimenti e, perfino, a nefaste conseguenze; esattamente come la miticizzazione della storia, per quanto possa e sappia produrre frutti letterari di altissimo livello, non va esente essa stessa da questi rischi: sull'onda dell'oratoria pu divenire mistificazione.

28 La grande mole degli scritti sparsi leviani che in questi ultimi anni sono stati pubblicati dall'editore Donzelli, confermano questa impressione. Prendiamo ad esempio quel Mito dell'America che apparve in lingua inglese su Life nel luglio del 1947 e che oggi si pu leggere in Le mille patrie. Uomini, fatti, paesi d'Italia (Roma, Donzelli, 2002, pp. 5 sgg.). Da un punto di vista letterario sono sicuramente eccellenti. L'Italia?-?dicono?-? un paese misterioso. Aperto agli sguardi e alle invasioni, i secoli e le genti sono passati su di lei; civilt, pensieri, religioni antiche l'hanno ispirata e commossa e hanno lasciato successive stratificazioni come i sedimenti che portano i grandi fiumi nel corso dei tempi. Oggi, ogni suo aspetto  composito, ogni sua pietra  piena di molteplici sensi, ogni parola del suo linguaggio  intrisa di religioni spente; e un intreccio indistricabile di storia fa vivi i gesti pi meccanicamente quotidiani. Ma sotto questa complessit di storia tutta ancora presente o appena avvolta, come da un sonno, in un superficiale oblio, altre realt stanno nascoste, pi oscure e misteriose, permanenti nei tempi, fuori dalla storia, e perci quasi invisibili nella loro gigantesca passivit, all'occhio troppo attento e troppo acuto degli storici moderni armati di metodo e di ideologia; all'occhio minuzioso come quello degli insetti, perfetto per i dettagli, degli uomini d'oggi attaccati alla Ragione e alla Storia come naufraghi a un rottame in un mare in tempesta.

29 Fermiamoci pure qui. Ammirata la bravura e l'opulenza della prosa leviana, cos maestosa e cos ricca insieme di un raffinato lavoro al cesello, non possiamo non chiederci: dunque non  lo storico armato di metodo e di riflessione colui che pu farci davvero intendere le verit nascoste di tanti eventi dei quali pur continuiamo a sopportare le conseguenze? A chi dovremo allora rivolgerci per dissipare tanto mistero? Allo stregone? E siccome, anche se Levi esplicitamente non lo dice, non per questo non lo fa intendere?-?il che infine  proprio quella sotterranea magia che pervade dalla prima all'ultima pagina quel capolavoro letterario che rimane pur sempre il Cristo si  fermato a Eboli?-?le perplessit, quanto meno, si infittiscono. Non  n un piacere n una verit sentirsi, noi uomini d'oggi, presentati come persone attaccate alla Ragione e la Storia come fradice zattere nella tempesta. Anche perch la Ragione e la Storia sono tutt'altro che dei rottami.

30 Ma l'inabissare la storia del mito per farla quindi risorgere di volta in volta, variamente e diversamente foggiata, dalla parola di questo onnipossente demiurgo,  precisamente la caratteristica dell'ispirazione leviana. Non a caso quasi ogni sua pagina od ogni situazione da lui descritta risentono della sua presenza numinosa e non per nulla, sempre che ben s'intenda il confronto, si  richiamato D'Annunzio?-?un D'Annunzio naturalmente spogliato delle sue mille fatuit; un D'Annunzio di sinistra per cos dire. Se del resto continuiamo nella lettura delle pagine di cui abbiamo proposto l'incipit, noi comprendiamo il perch di un attacco in cui il paese Italia viene raffigurato in maniera tanto enigmatica, misteriosa e quasi al limite della stessa conoscenza. Il fatto  che in essa, nelle sue estreme regioni meridionali, nell'isolamento e nella solitudine, vivono?-?incredibile dictu verrebbe da esclamare?-?i contadini del Mezzogiorno.  questa?-?scrive Levi?-?la solitudine piena di tristezza e di nobilt di una popolazione ricca pi di ogni altra di virt antiche, di pazienza, di ospitalit, di comprensione umana, di senso originale della giustizia: ma offesa dalla natura e dagli uomini, rinchiusa in un mondo senza tempo e senza storia, dietro il muro delle consuetudini e degli usi, in una atmosfera magica e numinosa. In questa solitudine popolata soltanto da divinit arcaiche e precristiane, da spiriti animali e terrestri, da potenze magiche, l'uomo si sente straniero a se stesso, relegato senza speranza fuori dagli impossibili Paradisi. E qui non siamo soltanto entrati impetuosamente nel mondo del Cristo; qui con il motivo dei Paradisi, vale a dire dei grandi sogni mitici nati dall'ultima disperazione, entriamo nell'argomento che sta precisamente a cuore allo scrittore nel dettare queste sue pagine: l'interpretazione mitica del grande flusso migratorio, tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, delle popolazioni meridionali oltre Atlantico. Cos impostata (e la cosa va quasi naturalmente da s) il drammatico fenomeno sociale dall'emigrazione si salda e si conforta con quella che proprio Levi chiama l'altra sua faccia: il mito dell'America; ond'egli ancora, e certamente con bella eloquenza, pu quasi trionfalmente esclamare: La statua della Libert del porto di New York  per il contadino l'immagine della Madonna. Non  la Madonna nera terrestre;  una bianca Madonna che porta luce, e che brilla della sostanza pi magica e pi preziosa: il purissimo oro. Forse meno ottimisti ma sicuramente pi pensosi e pi vigili, gli studiosi moderni che ancora si legano alla Storia e alla Ragione preferiscono vedere in quell'oro purissimo la sostanza e il fondamento, certo prezioso ma tutt'altro che magico, di quel tipo di politica che va generalmente sotto il nome di imperialismo.

31 Ad un certo punto della mia vita?-?dice Levi in una interessante intervista della met circa degli anni Cinquanta 3 ? -?io venni [...] costretto a vivere in uno sperduto villaggio di Lucania, strappato perci al mondo che conoscevo, al grembo materno di una civilt razionale, costretto a uscire di l, a nascere una seconda volta, a capire che il mondo contadino in cui mi trovavo era un altro mondo, a inventare la sua verit. E subito precisa: Mai forse come allora ho sentito in me come questo nuovo rapporto, questa violenta poesia, fosse per me formativa e creativa. Questo passaggio non  soltanto essenziale per comprendere nelle sue scaturigini l'atmosfera mitica che tutto avvolge il diario-saggio-romanzo del Cristo si  fermato a Eboli ; questo passaggio  di notevolissimo rilievo per ci che riguarda appunto l' invenzione della verit. In breve: va essa ricercata o creata? Non possiamo naturalmente soffermarci sul problema come converrebbe; baster forse dire che una cosa  la verit storica, un'altra quella artistica; e che se le due verit possono talora divergere, in alcuni casi possono pure, almeno in certa misura, coincidere.

32 Gli storici, per esempio, hanno dimostrato, e con ragioni pi che probanti, che il fenomeno della Resistenza non pot avere luogo nel Mezzogiorno d'Italia; che le giornate di Napoli furono un'eccezione che non mut la situazione generale e che insomma, sia dal punto di vista politico sia da quello militare, le popolazioni del Sud non poterono conoscere il fenomeno partigiano. Ebbene: in uno scritto che almeno nella sua prima parte  una pagina d'antologia, Carlo Levi si sforza di dimostrare come l'istintiva rivolta degli abitanti di Matera (21 settembre 1943) non solo non va confusa con i tradizionali episodi della cafonit ma, quasi redimendo quelli trascorsi, si configuri come l'inizio vero, per quanto ignorato, della Resistenza italiana al nazifascismo 4 . Non ci sar ormai pi bisogno di sottolineare come per uno scrittore come Levi sia straordinariamente significativo che questa eroica vicenda di riscatto avesse avuto inizio a Matera, ossia, com'egli non manca di dire, nella capitale dei contadini, il cuore nascosto della loro antichissima civilt e, soprattutto, come avesse preso fuoco, quasi del tutto inopinatamente, dal gesto del pi innocuo dei suoi abitanti, l'esattore della luce elettrica Manicone il quale, per un istintivo sentimento di rivolta all'ingiustizia e all'oppressione della violenza, divenne di colpo un altro uomo, l'eroe della rivolta:

Corse sulla piazza centrale, entr nella bottega del barbiere Petrino. Aveva un pugnale. Seduto sulla poltrona, con la faccia insaponata, un tenente tedesco si stava facendo fare la barba. Manicone lo pugnal. [...] Manicone usc in piazza brandendo alto il pugnale intriso di sangue e gridando a gran voce: Materani, uscite dalle case! Armatevi! Che cosa aspettate? Materani, all'armi! [...] Nulla era preparato, non c'era alcuna organizzazione politica, il grido di Manicone correva per la citt, si spargeva per i vicoli, entrava, riportato da mille bocche e mille sussurri, nelle grotte sotterranee e tutti si armavano come potevano (cit. p. 198).

33 Hic manebimus optime; e queste celebri parole del centurione romano troncarono, secondo Livio, le discussioni del Senato inclini ad abbandonare Roma e a trasferirsi a Veio. Materani, all'armi; e questo grido dell'oscuro Manicone fecero insorgere una citt?-?una civilt?-?liberandola dalla sua secolare rassegnazione. L'invenzione della verit, talvolta, pu colpire nel segno.

L'amaro fatalismo di Corrado Alvaro e le sue psuedo-denunce delle dittature sacerdotali

34 Vediamo il caso di Corrado Alvaro. Nel 1930, l'anno stesso di Fontamara, egli faceva uscire da Le Monnier Gente in Aspromonte, ancora sulle plebi dell'Italia meridionale, questa volta i pastori di Calabria. Leggiamone l'attacco:

Non  bella la vita dei pastori in Aspromonte, d'inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro con lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche iddio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante. Sugli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, le grandi caldaie nere sulla bianca neve, le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato d'erbe selvatiche. Tutti intorno coi neri cappucci, coi vestiti di lana nera, animano i monti cupi e gli alberi stecchiti, mentre la quercia verde gonfia le ghiande per i porci neri.

35 Fermiamoci pure qui perch la pagina, su questo tono piano, misurato e parecchio minuzioso, prosegue ancora per molto. Dalla descrizione della vita esteriore del pastore d'Aspromonte si passer a quella per cos dire interiore: dei suoi stati d'animo, delle sue emotivit sentimentali, dei suoi modi d'essere, di patire e di reagire. Tra certo Verga ma anche tra certo D'Annunzio, il racconto passer infine a narrare le profonde ingiustizie che i pastori subiscono e, per l'incontro, la vita opulenta e parassitaria dei galantuomini che da sempre li opprimono.

36 Ma Alvaro descrive, non rappresenta. La stessa pagina conclusiva del racconto, pagina nella quale il giovane pastore Antonello, dopo aver dato fuoco alle propriet del nemico, attende quietamente la Giustizia per poterla finalmente incontrare e dirle il fatto suo,  emblematica di questo voluto rimanere in un ambiente primordiale con le sue leggi e i suoi codici. Non si esce da una pur spietata fotografia di un mondo ancora naturale e primitivo, e in tale contesto diviene altres inevitabile che ogni contraddizione interna della realt cos descritta non possa che spuntarsi, e che il grande ed il piccolo, il nobile e l'abbietto finiscano tutti per essere dei prodotti mediocri. Di fronte a una realt particolarmente drammatica, procedendo con la voluta impassibilit naturalistica della descrizione, lo stesso scrittore sembra persino volersi estraniare e lasciare eventualmente al lettore ogni giudizio, in ogni caso, di pesante ed amaro fatalismo. Per quanto lo riguarda, preferisce immergersi nel lirismo della memoria e, in certa guisa, in quel puro racconto che sembra escludere, quasi programmaticamente, la presenza dello storico. Lo scrittore, in altri termini, affonda letterariamente nel mitico.

37 Nelle pagine conclusive di Fontamara risuonava, ossessivo e martellante, il celebre interrogativo del Che fare?; in quelle del lungo racconto di Alvaro non senti che l'eco della rassegnazione verghiana. Al pi, e con vibrante clangore, risuona il soddisfatto appagamento della brutale vendetta in risarcimento dell'ingiustizia sofferta. Ma con ci, fatte pur salve tutte le possibili suggestioni letterarie, rimaniamo nel campo della faida.

38 La disposizione di Corrado Alvaro a interpretare la storia, anche la grande storia, per semplicistiche categorie etiche (il bene e il male) si manifest del resto, di l ad otto anni, in quello che  stato, probabilmente, il suo romanzo pi discusso: quella Paura sul mondo che la censura fascista pretese di modificare almeno nel titolo, approvandone quello, ben pi consono allo spirito del regime, di L'uomo  forte. Ma il titolo originario era assai pi rispondente al contenuto del libro essendo questo, in forme stravaganti e quasi spettrali (oggi diremmo kafkiane), il racconto delle folli paure che sotto i regimi dittatoriali attanagliano l'uomo: qui in ispecie il terrore d'essere in colpa nei confronti di una misteriosa autorit tanto assoluta quanto senza misericordia. E nel '38, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, c'erano in Europa, per far qui uso del linguaggio giornalistico corrente, almeno tre dittature: quella fascista, quella nazista e quella sovietica. Gi questa semplice ma quanto mai superficiale considerazione?-?ch una cosa, da un punto di vista storico-politico, fu il nazifascismo ed un'altra, del tutto opposta e contraria, il socialismo comunista?-?pu spiegare le preoccupazioni delle autorit censorie mussoliniane, che per poi, nel 1940, non ebbero nulla da ridire a che l'Accademia d'Italia, una delle pi tipiche istituzioni del regime, riservasse al romanzo di Alvaro il suo premio per la classe di letteratura.

39 N in realt si sbagliavano, giacch questo L'uomo  forte, nonostante tutti gli sforzi posteriori della critica per catalogarlo come un romanzo contro la dittatura in genere (e c' stato perfino chi l'ha voluto accreditare come il primo documento letterario dell'antifascismo!),  un libro chiaramente diretto contro la Russia sovietica, quasi in prosecuzione dei reportages che il giornalista Alvaro aveva scritto prima per La Stampa (poi raccolto nella silloge dal titolo molto significativo de I maestri del diluvio) e quindi, nel '37, per Omnibus, la nota rivista di Leo Longanesi. Ed anche questo si spiega se  vero che il livore dello scrittore nei confronti dell'URSS  quello tipico, come appare dai comportamenti del protagonista del libro (ossia di quel Dale nel quale s'incarnano i sentimenti dell'autore), di chi, essendosi primamente sentito affascinato e quasi rapito dalla cieca fiducia in un mondo nuovo, ne soffre poi la pi amara delle delusioni, per non dire delle frustrazioni. Ma ci spiega pure la genesi del libro e la sua completa astoricit. Cosa si vuol dire?

40 Questo anzitutto. Che il romanzo in parola non  affatto, programmaticamente, un romanzo che si proponga una critica forte a una societ quale quella che, storicamente, aveva preso sviluppo nell'ex-impero degli zar in vent'anni di vita: una critica al suo modo d'essere, di amministrarsi, di gestirsi politicamente e socialmente, di fondarsi su certi presupposti economici o di proporsi certe finalit. In questo caso avremmo avuto un romanzo fondato su elementi storici. No. Con L'uomo  forte la critica al regime sovietico diviene semplicemente la critica a un regime sacerdotale fondato sull'inquisizione e sulla tortura psicologica. Come poi accadr nella propaganda pi conservatrice, il marxismo-leninismo viene rivestito, forse per la prima volta in ambito letterario, di forme religiose le pi ripugnanti, sia perch pertinenti a una religione senza Dio, sia perch grondanti tale disumana spietatezza da suscitare la pi spontanea delle rivolte. Sicch un regime che poteva forse affascinare per le sue estreme speranze catartiche viene disvelato nella sua terribile disumanit, bollato e infamato grazie anche al ricorso a certo spettrale dostoevskismo, consegnato infine al disprezzo dei contemporanei e dei posteri come l'emblema massimo della tragedia dell'umanit quando venga colpita da una tirannide totalitaria e misticheggiante. Quanto naturalmente tutto questo sia, non dico lontano, ma profondamente avverso allo spirito del marxismo scientifico, ciascuno lo comprende. Ma tant': quando uno scrittore si avventura sul terreno dello storico per deliberatamente tradirlo, non pu che produrre delle mostruosit. Che esse poi possano avere successo, e anche un successo grandioso,  questione che non pu che far riflettere sulle difficolt che sempre hanno incontrato ed incontrano le idee (o le azioni) autenticamente progressive. Si rilegga quello che, cinque anni prima de L'uomo  forte, Bertolt Brecht scriveva, nelle sue Poesie e canzoni, in lode del comunismo.

Il superamento della storia nell'ideologia vittoriniana

41 C' almeno un libro che, per ammissione dello stesso autore, sembra nascere esclusivamente dalla storia, addirittura dalla sua cronaca seguita in modo quasi spasmodico giorno dopo giorno, per un anno e oltre, sulle pagine dei giornali che ne riferivano: Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini. Nella nota apposta in appendice alla prima edizione in volume di Erica e i suoi fratelli (Le opere narrative, a cura di Maria Corti, Milano, Mondadori, 1974, vol. I, p. 566), lo stesso Vittorini confessa:

Lo scoppio della guerra civile di Spagna, nel luglio del 1936, mi rese d'un tratto indifferente agli sviluppi della storia cui avevo lavorato per sei mesi di fila [Erica e i suoi fratelli]. Le prime notizie su Madrid e Barcellona, e sull'Andalusia, sull'Estremadura, sulle citt basche, mi fermarono dinanzi ai giornali che ne erano pieni come dinanzi alle sbarre abbassate di un passaggio a livello. E dall'indomani non potei fare altro che leggere giornali: gli italiani, e i pochi francesi e inglesi che arrivavano, sempre in ritardo e sempre saltuariamente, a Firenze. Tutti quei giorni del luglio '36. E poi tutto agosto, tutto settembre, tutto ottobre, tutto il resto di quell'anno, e mesi e mesi dell'anno successivo. Quando ricominciai a scrivere, verso settembre del '37, non fu per riprendere Erica. Fu per mettere gi la prima pagina di Conversazione.

42 Fu, possiamo aggiungere noi, per dettare quel celebre incipit: Io ero, quell'inverno, in preda ad astratti furori. Era la svolta vittoriniana?-?quella che fece tanto scalpore e parve suscitare tante promesse?-?verso il recupero della tradizione poetica del romanzo, verso un dire senza dichiarare, che  poi un'altra delle formulazioni tanto suggestive quanto in realt indeterminate, di cui Vittorini fece uso per cercare di rendere pi esplicita la sua nuova poetica.

43 Da quella sorta di complesso e molto articolato zibaldone di appunti per una ideologia della letteratura che, all'indomani della sua morte, fu messo insieme per la cura di Dante Isella 5 , noi veniamo a sapere che Vittorini, nell'ultimo periodo della sua attivit, ritenne che solo Conversazione potesse meritare, per cos dire, il titolo di libro (per la sua effettiva originalit e la sua resa stilistica). I successivi Uomini e no , come del resto Il Sempione strizza gli occhi al Frejus o La garibaldina non erano, di Conversazione , che delle integrazioni frammentarie. Vi si accodavano senza tuttavia, pur variando, n allargare n approfondire. In che dunque consisteva?-?precisamente?-?il nuovo di Conversazione ?

44 Steso tra il 1937 e il 1939, diviso in cinque brevi parti, il libro, dantescamente, potrebbe perfino configurarsi come un viaggio agl'inferi ( stato detto). Dal punto di vista della personale carriera dello scrittore?-?e lo abbiamo gi rilevato?-?esso rappresenta una svolta. Sull'onda della stima per la narrativa nordamericana che lo scrittore, molto sopravvalutandola, avvert come rivoluzionaria, Vittorini abbandon l'impianto tradizionale del romanzo e ne tent uno diverso: il romanzo-poema. La poesia viene ora sentita come giustizia; la narrazione come epica della libert. Ci che sta a cuore all'inquieto scrittore di Siracusa (era nato nel 1908 come Pavese)  la tensione all'universale o, altrimenti detto, il tentativo di realizzare il senso di una realt maggiore?-?sono parole sue 6 ?-?in ogni minimo di reale. L'attacco  comunque rimasto celebre: il personaggio che parla?-?Silvestro?-?dice che in quell'inverno (del 1937) quando in tre giorni si svolge il racconto, era in preda ad astratti furori e nella terribile quiete della non speranza. Il mondo andava perdendosi (con particolare allusione al terrificante bombardamento tedesco della citt basca di Guernica) e lui, lo scrittore-protagonista, non aveva voglia di nulla, neppure di perdersi col mondo sino a quando, dopo una lettera del padre, l'abulia, dietro la quale covava il dramma, si tramuta in azione: il viaggio verso la riconquista della terra natale, la Sicilia; la riscoperta dell'infanzia e della prima adolescenza; la cognizione del dolore singolo e collettivo; la demistificazione ultima proprio di quella tragedia della guerra con l'avvertimento della quale l'opera era cominciata. Cos il circolo si chiude onde quest'opera, davvero singolare, poteva presentarsi nel panorama della letteratura italiana di fine anni Trenta, anche in virt della sua icasticit stilistica, come il confortante risultato di una creazione letteraria autenticamente innovativa. E come tale essa venne salutata per parecchi decenni.

45 Ma non  di questo che si vuole qui brevemente discutere. In coerenza con le nostre premesse ci che ci chiediamo  questo: in che modo, nell'effettiva realt delle cose, Vittorini si pone di fronte alla storia? Essa si rispecchia o non si rispecchia nei personaggi della sua costruzione artistica? E ancora (e soprattutto): non sono forse, questi suoi personaggi, dei personaggi-simbolo che, senza alcun collegamento reale con quella data storia in cui pure fingono d'essere immersi, tendono in realt a farsi interpreti o, per dir meglio, a recitare la loro parte in una storia universale o, come Vittorini ebbe a esprimersi, in quel dramma al quale tutti partecipiamo e che  stato scritto dallo sconosciuto e insondabile poeta del mondo che continua tutt'ora a scriverlo? Ma se le cose stanno cos?-?come pare appunto che stiano?-?Conversazione in Sicilia?-?programmaticamente?-?non si muove nella storia (ancor che da essa, come gi abbiamo osservato, finga di prender principio), ma fuori di essa, quasi nell'universale senza tempo o in un eterno storico che curiosamente ci si propone poi di modificare. E la contraddizione insolubile di chi vorrebbe alimentare nell'uomo una coscienza politica senza determinare con precisione quei contorni storici dai quali soltanto, essa coscienza, pu generarsi.

46 Proprio a proposito di Conversazione, Vittorini ha scritto che ci che lo aveva interessato nello stendere il suo libro non era stato lo sforzo di produrre una mimesi della realt e di avviarsi pertanto, alla Auerbach, sulla strada dello scrittore che tende al realismo; e ha spiegato altres il suo rifiuto col fatto che, se si fosse messo su tale strada, avrebbe dovuto lasciare alla realt stessa, alla sua voce diretta, il compito di segnalare le possibili trasformazioni di questa stessa realt. Egli ha invece preferito intervenire soggettivamente su tale realt in modo che essa, opportunamente utilizzata, potesse immediatamente costituire, per le forze storiche, un'arma, uno strumento di trasformazione o, quanto meno, un invito alla sua trasformazione. Sicch ancora, fissati questi presupposti, ne  derivato il particolare tessuto linguistico. Esso non ha voluto affatto essere un linguaggio alla Verga; non ha cercato affatto di imitare l'effettivo modo di parlare del mondo trattato (avrebbe infatti, in questo caso, riprodotto nient'altro che quella data realt nella sua parte pi inerte). L'autore, anche per questo aspetto, ha inteso al contrario costruire un linguaggio capace di rappresentare, di quella data realt, le possibilit dinamiche; non insomma quello che esso mondo , ma quello che potrebbe essere.

47 Per quanto notevolmente criptiche, queste considerazioni dello scrittore siciliano sembrano tuttavia aprire uno spiraglio di luce per un migliore intendimento della sua effettiva posizione nei riguardi della storia. E in proposito andr anzitutto segnalata questa sua riflessione sulla realt. Noi non possiamo?-?dice infatti in uno di questi suoi appunti?-?dare alla parola realt il senso di certezza oggettiva (certezza e oggettivit) che gli d, per es., Hegel (o che gli d anche tanta scienza del XIX sec.). Sarebbe un senso metafisico, trascendente il fisico. Il fisico  solo probabile. Reale  solo probabile, e la sua conoscenza  fondata sull'esperienza, n l'esperienza passata, la storia,  per ci un reale privilegiato. Il suo contenuto resta lo stesso un contenuto di probabilit.

48 La verit  che gi all'altezza di Conversazione in Sicilia, la poetica vittoriniana tende al superamento della Storia in quanto, a suo credere, chi in essa pregiudizialmente rimane non farebbe che rimanere inevitabilmente, e altrettanto pregiudizialmente, nella gabbia di una precostituita lettura politica. In questo senso  interessante l'appunto:

L'errore poi di tutto il neorealismo: credere che la lettura politica dello storico-sociale possa bastare a mantenere nei libri una problematica storico-sociale (quella lettura politica era gi purtroppo un'interpretazione, una seconda mano).

49 Il capolavoro?-?egli ancora precisa?-?pu eccezionalmente verificarsi; ma in via generale un'arte che si impegni nel campo storico-sociale diretto [...],  destinata all'insignificanza, alla sterilit, alla condizione subordinata e inefficiente, prelinguistica; ossia un'arte che  soltanto rispecchiamento di idee e di lotta ma non anche di vita comune. Non insisteremo oltre nell'elencare le giustificazioni vittoriniane prodotte contro una letteratura particolarmente impegnata nello storico-sociale?-?una direzione, secondo lo scrittore di Siracusa, che avrebbe il torto di porre in risalto alcune questioni e di tenerne volutamente in ombra molte altre, alla Voltaire; quello che piuttosto preme  di osservare che la tendenza dell'artista a universalizzare la storia, a superarla o a utilizzarla in vista di un'indistinta umana liberazione finisce, da un lato, per cancellare le precise e storiche ragioni per le quali si  vissuto e si vive in un mondo di oppressori e di oppressi e, dall'altro, per distruggere ogni consistenza umana del personaggio che agisce, per liquidarne ogni fisionomia intellettuale riducendolo a mero simbolo. Non  del resto un caso che i personaggi di Vittorini non abbiano un nome s piuttosto un'etichetta derivata da una qualche loro qualit secondaria, fisica o psicologica o del tutto accidentale: Coi Baffi, Senza Baffi, Muso di Fumo, Muso di Bove, Cane Nero, Faccia Cattiva, lo Sbottonato, Fischio, Enne 2, eccetera.

50 Quanto al primo punto va inoltre osservato che gi in Conversazione in Sicilia le ragioni storiche dell'oppressione e della liberazione si smarriscono molto presto in un elementare manicheismo di buoni e cattivi, di uomini e di non uomini, onde il fascismo non realizz la persecuzione di certe classi sociali sibbene la persecuzione dell'uomo, cos come l'antifascismo non persegu la liberazione delle classi oppresse sibbene quella dell'uomo, e ci secondo un modo di porre le cose precisamente quanto mai astorico ed oggi divenuto?-?va purtroppo sottolineato?-?pensiero comune: la rivalutazione, ad esempio, dei combattenti di Sal. Il che tra l'altro  gi implicito in Vittorini. Scrive nel capo VII di Uomini e no (Le opere narrative, cit., vol. I, p. 882):

Appena vi sia l'offesa, subito noi siamo con chi  offeso, e diciamo che  l'uomo. Sangue? Ecco l'uomo. Lagrime? Ecco l'uomo.

E chi ha offeso che cos'?

Mai pensiamo che anche lui sia l'uomo. Che cosa pu essere d'altro? Davvero il lupo?

Diciamo oggi:  il fascismo. Anzi: il nazifascismo. Ma che cosa significa che sia il fascismo? Vorrei vederlo fuori dell'uomo, il fascismo. Che cosa sarebbe? Che cosa farebbe? Potrebbe fare quello che fa se non fosse nell'uomo di poterlo fare? Vorrei vedere Hitler e i tedeschi suoi se quello che fanno non fosse nell'uomo di poterlo fare. Vorrei vederli a cercare di farlo. Togliere loro l'umana possibilit di farlo e poi dire loro: Avanti, fate. Che cosa farebbero?

Un corno, dice mia nonna.

51  persino paradossale che a questo scrittore cos vivamente impegnato nell'umano e nello storico-sociale non sia venuto in mente, come gi abbiamo avuto modo di dire, che gli uomini?-?nella realt concreta della storia?-?non vivono disgiunti l'uno dall'altro, ma riuniti in classi sociali che si battono l'una contro l'altra, e che  precisamente dagli interessi di queste classi in conflitto che nascono il sangue e le lagrime che inondano il mondo e la sua storia. Ne consegue poi, per passare al secondo punto (il personaggio-simbolo), che senza una vigile coscienza della realt anche la fisionomia intellettuale della persona non pu venire rappresentata. Essa si fa cieca e priva di contorni?-?un nome appunto, un'etichetta?-?e questo perch essa, inevitabilmente, non pu che limitarsi ad aggirarsi nel circolo chiuso della propria sterile soggettivit.

L'uomo, la solitudine e la storia nell'esperienza di Cesare Pavese

52  stata consuetudine, anch'essa ora in declino come la grande ammirazione professata verso questi due scrittori considerati sino a qualche decennio fa i due maestri del neorealismo italiano, accostare al nome di Elio Vittorini, siciliano, quello di Cesare Pavese, piemontese, nati entrambi nel 1908: ma questa identit del dato anagrafico, probabilmente,  ci che unicamente li accomuna. Dello scrittore di Santo Stefano Belbo, nelle Langhe, morto suicida in una camera d'albergo a Torino nel 1950, uno dei migliori critici di questi nostri ultimi tempi, Sergio Antonielli, ebbe a scrivere 7 :

Una vita tragica [quella di Pavese]; e questa dimensione della tragedia, questa pensosit della morte, si ritrova non solo in quasi tutte le sue opere, ma direi in quasi tutti gli atti, anche pratici, della sua vita d'uomo.

53 E precisa:

Pavese prima che scrittore tragico fu uomo tragico e tragicamente visse con una serie di problemi che non seppe risolvere; problemi d'altra parte che non furono solo privatamente suoi: erano per molti aspetti i problemi del tempo, per cui oggi, nella sua triste storia, vediamo anche una specie di testimonianza. Fu il testimone e la vittima di una difficolt del vivere che nell'immediato dopoguerra si present in tutta la sua asperit.

54 Quale precisamente? Prima di rispondere?-?od anzi: per meglio rispondere?-?dobbiamo ricordare che il tema di fondo dell'esperienza pavesiana tanto in prosa quanto in poesia  stato quello della solitudine. L'ultimo componimento di Lavorare stanca?-?Lo Steddazzu?-?fissa indelebilmente l'immagine pavesiana dell'uomo solo; l'uomo che si alza quando il mare  ancor buio / e le stelle vacillano ed attende solitario sulla spiaggia che il piccolo fuoco che egli ha acceso venga vinto da quello, avvampante, che provocher il sole salendo dalla marina. Ebbene?-?riflette l'uomo solo di Cesare Pavese:

Non c' cosa pi amara che l'alba di un giorno

in cui nulla accadr.

55 E l'uomo solo, in questa attesa, riflette sulla lenta spietatezza di quest'ora cosi angosciosamente torturante. Dalla vita?-?oramai?-?egli non aspetta pi nulla; vale allora la pena che il sole si levi dal mare / e la lunga giornata cominci? Vale la pena di prolungare l'esistenza in un domani che sar come ieri e mai nulla accadr? Queste domande, cos esposte, potrebbero naturalmente far pensare al clima del primo Novecento, del cosiddetto decadentismo non solo italiano ma europeo, oppure al tema dell'uomo superfluo cos preso di mira, seppure con una certa garbata comprensione, da un Anton C? ??echov. Far cio pensare?-?cosa che in effetti gli  stata rimproverata?-?a un Cesare Pavese come esponente di uno dei pi tardi risultati della cosiddetta rivoluzione romantica, quando l'io e il soggettivismo pi sfrenato ebbero la prevalenza sulla pi misurata esposizione oggettiva dei sentimenti pi personali, quale ad esempio il ben rattenuto lirismo petrarchesco. Fare insomma ricordare l'uomo romantico continuamente in dissidio con se stesso, drammaticamente diviso tra i richiami dell'ideale e quelli del reale; o la delusione profonda, quasi simile alla disperazione, che nell'et della Restaurazione si impossess delle anime pi delicate e idealiste allorch risult evidente che dopo tanto sangue e tanti orrori occorsi nei tempi rivoluzionari, tutto era s cambiato, ma che ci che era uscito da cos immani catastrofi non era per nulla il vagheggiato ritorno alla natura virtuosa e pura, configurandosi piuttosto come una situazione storica ancor pi cruda e brutale di quella scomparsa. Se non altro in questo: nel rendersi conto che tale nuova realt, cos nuovamente impastata di ingiustizie, violenze e corruzioni, veniva accolta dalla grande maggioranza degli uomini in tutta tranquillit, quasi che di altro non ci fosse ormai rimasta neppure la speranza. In questo senso, se non sbaglio, il sentimento di disperazione e di solitudine?-?il non pi attendere l'alba di un giorno in cui finalmente possa accadere qualcosa di diverso?-?comincia a connotarsi di motivazioni storiche (anche se psicologicamente ed emotivamente conservatrici). E la cosa, relativamente a Cesare Pavese, pu avere una sua non piccola rilevanza, se non altro per il fatto che, immettendo la storia nella costituzione di un pensiero dominante dell'esistenza, l'angoscia della solitudine, essa storia sottrae la genesi di tale pensiero a motivazioni esclusivamente private (come ancor oggi, e da pi parti, si continua a ritenere).

56 In un tardo passo di quel suo singolare diario intitolato significativamente Il mestiere di vivere, alla data del 17 novembre 1949 (molto meno di un anno dalla morte dello scrittore), cos Pavese annotava:

Hai concluso il ciclo storico del tuo tempo: Carcere (antifascismo confinario), Compagno (antifascismo clandestino), Casa in collina (resistenza), Luna e i fal (post-resistenza).

Fatti laterali: guerra '15-'18, guerra di Spagna, guerra di Libia. La saga  completa. Due giovani (Carcere e Compagno), due quarantenni (Casa in collina e Luna e fal). Due popolani (Compagno e Luna e fal), due intellettuali (Carcere e Casa in collina).

57 Orbene: queste poche ma pur cos risolute righe (Hai concluso il ciclo storico del tuo tempo?-?La saga  completa) mostrano indiscutibilmente che se Pavese non riusc a porsi di fronte alla storia con quell'atteggiamento serio e problematico, ossia di concreto giudizio su di essa che il romanzo realista ha sempre richiesto, pure vi aspirava e, in certa misura almeno, riteneva di avere realizzato. Naturalmente, anche per il suo sostanziale temperamento lirico, egli dovette presto disilludersi sulle sue capacit di dar vita a un romanzo, e tanto pi a un romanzo storico, essendo in realt i suoi componimenti in prosa?-?i suoi racconti pi o meno brevi?-?una sorta di prosecuzione, in un fraseggiare consapevolmente e volutamente ritmico, alla Walt Whitman, di quelle lunghe lasse che contraddistinguono i primi componimenti poetici di Lavorare stanca. E basti qui ricordare come l'estremo La luna e i fal non sia altro che il pi ampio svolgimento, in prosa appunto e in racconto, della poesia d'apertura del suo libro poetico, quella cio, assai nota, che ebbe come titolo I mari del Sud. E tuttavia, questo detto, non si pu non ritornare a sottolineare il bisogno che proprio della storia, e di quella dei suoi tempi?-?fascismo, resistenza, post-resistenza?-?lo scrittore piemontese avvert; cosi come avvert con prepotenza la necessit di meglio ancorarsi a qualcosa di solido e di certo per capire pi a fondo, e se necessario per negare o porre in un giudizio di autocritica e dolorosa confessione, quel sentimento di solitudine e di desiderio di morte che, continuamente attestato dal diario sopra citato dello scrittore, altrettanto continuamente, pervadendole, ricorre nelle pagine dei suoi racconti. Nel sedicesimo capitoletto della Casa in collina, l'intellettuale quarantenne Corrado, scampato all'arresto dei nazisti, cos si autoflagella:

Oggi ancora mi chiedo perch quei tedeschi non mi aspettarono alla villa mandando qualcuno a cercarmi a Torino. Devo a questo se sono ancora libero, se sono quass. Perch la salvezza sia toccata a me e non a Gallo, non a Tono, non a Cate, non so. Forse perch devo soffrire dell'altro? Perch sono il pi inutile e non merito nulla, nemmeno un castigo? Perch'ero entrato quella volta in chiesa? L'esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di pi. Rende sciocchi, e sono al punto che esser vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non mi soddisfa e non mi basta. A volte, dopo avere ascoltato l'inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non  vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato.

58 E quattro pagine dopo, al capitolo decimosettimo: Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia. All'ottica del privato, di quella solitudine privata che riduce l'uomo a un vivere inutile o per caso?-?a un non vivere?-?Pavese sa bene che un'altra si pu contrapporre, per affermare la quale alcuni uomini hanno combattuto e combattono. Ed egli certo la vorrebbe far propria, immedesimarsene, e non solo intellettualmente ossia astrattamente. E questa prospettiva  quella che ci porge la storia?-?la storia drammatica di quegli anni che esigeva, perch si addivenisse a un effettivo e concreto miglioramento d'ogni situazione sociale e perfino privata, che si scegliesse con risoluzione il proprio campo d'azione.

59 Che cos', se non questo, il marxismo: veder le cose come sono e provvedere?, si dice nel diciannovesimo capitolo del Compagno dove, tra l'altro, il duro attacco portato contro i borghesi che non fanno altro che difendere il piatto e la tasca, pronti altres, parlando di Dio e della mamma, a far fuori met della terra, a scannare i bambini, pur di non perdere la greppia e lo staffile, ci mostra uno scrittore avviato a intendere gli eventi storici come lotta di classi. Ma appunto intellettualmente, astrattamente. La fede nella storia non sar mai in grado di soppiantare, in Pavese, il sentimento della solitudine, della vita senza utilit, del giorno senza senso. Complice anche la brevissima stagione di questa sperata rinascita.

60 Nell'ultimo dei racconti pavesiani, La luna e i fal steso tra il settembre e il novembre del 1949, al personaggio che conduce la narrazione e che simboleggia al massimo grado l'uomo solo che torna, per soccorrere questa sua solitudine, ai luoghi mitici dell'infanzia e dell'adolescenza, si contrappone Nuto, colui che ha pur saputo educarsi a una diversa e molto meno privata concezione del mondo. Ma anche su Nuto, alla fine, cala il velo malinconico del rimpianto e perfino quello di una certa e quasi impotente rassegnazione. Ecco come si svolge uno dei loro colloqui pi significativi (capitolo decimoterzo):

Ci sedemmo all'ombra di quattro canne, sull'erba dura, e Nuto mi spieg perch il deputato non tornava. Dal giorno della liberazione?-?quel sospirato 25 aprile?-?tutto era andato sempre peggio. In quei giorni s che s'era fatto qualcosa. Se anche i mezzadri e i miserabili del paese non andavano loro per il mondo, nell'anno della guerra era venuto il mondo a svegliarli. C'era stata gente di tutte le parti, meridionali, toscani, cittadini, studenti, sfollati, operai?-?perfino i tedeschi. Perfino i fascisti eran serviti a qualcosa, avevano aperto gli occhi ai pi tonti, costretto tutti a mostrarsi per quello che erano, io di qua tu di l, tu per sfruttare il contadino, io perch abbiate un avvenire anche voi. E i renitenti, gli sbandati, avevano fatto vedere al governo dei signori che non basta la voglia per mettersi in guerra. Si capisce, in tutto quel quarantotto s'era fatto anche del male, s'era rubato e ammazzato senza motivo, ma mica tanti: sempre meno?-?disse Nuto?-?della gente che i prepotenti di prima hanno messo loro su una strada o fatto crepare. E poi? com'era andata? Si era smesso di stare all'erta, si era creduto agli alleati, si era creduto ai prepotenti di prima che adesso, passata la grandine, sbucavano fuori dalle cantine, dalle ville, dalle parrocchie, dai conventi.?-?E siamo a questo?-?disse Nuto,?-?che un prete che se suona ancora le campane lo deve ai partigiani che gliele hanno salvate, fa la difesa della repubblica [di Sal] e di due spie della repubblica. Se anche fossero stati fucilati per niente,?-?disse,?-?toccava a lui fare la forca ai partigiani che sono morti come mosche per salvare il paese?

61 Orbene: cosa ci dice tutto questo?

62 Ci dice?-?giusto quanto aveva gi osservato Antonielli?-?che in Cesare Pavese l'angoscioso suo sentimento di solitudine va inteso, o quanto meno lo si pu intendere, come il segno di una dolorosa testimonianza storica del fallimento della breve stagione resistenziale, esattamente come, anche se in proporzioni pi europee, gli spiriti romantici dell'et della Restaurazione si erano sentiti profondamente feriti dal trionfo della prosa borghese dopo le speranze?-?e il sangue?-?della poesia rivoluzionaria. Va in certo modo da s che un atteggiamento di questo genere, vale a dire di rassegnato sconforto di fronte all'inevitabile fatalit del destino, finisca per contrapporsi alla storia e, in certa misura, persino per negarla. In questo senso c', nella poetica pavesiana, qualcosa che ricorda la poetica leopardiana: il coraggio dell'analisi, lo smascheramento d'ogni ipocrisia, lo stoicismo della sofferenza, la contrapposizione dell'uomo alla divinit e, infine, il rifugio nel mito, consolazione ultima dell'uomo e, invero, suo unico e saldo possesso. Non ci sar da stupirsi se, per l'autore stesso, il libro che a lui fu pi caro furono i Dialoghi con Leuc?-?Leucotea, la ninfa marina confortatrice e soccorritrice dei naviganti in pericolo. A proposito dei quali ci limiteremo qui a ricordare i due in cui?-?L'isola e Le streghe?-?a campeggiare a tutto spazio  la figura di Odisseo, l'uomo solo non soltanto estremamente intelligente, ma bravo davanti al destino; colui che non amava che quattro cose: un cane, una donna, suo figlio, e una nave per correre il mare; colui infine che tutto il suo mondo, la sua isola, li portava dentro di s. Se per Orazio Ulisse fu colui che (Epist. II, 18 sgg.) espugn Troia e, sagace osservatore, studi le citt e i costumi di molti uomini soffrendo per l'immenso mare aspera multa, per lo scrittore piemontese egli si trasforma nell'emblema dell'uomo mortale che, orgoglioso della propria mortalit, ne accetta i patimenti, sfida la divinit e non teme la morte.

L'elegia funebre sulla Storia: Tomasi di Lampedusa

63 Della retorica risorgimentale (Figlio mio, t'ho partorito per la patria, non per me); del cinismo politico che in gran parte guid l'azione di chi seppe trasformare l'unit d'Italia in una effettiva piemontizzazione del paese; della linea di continuit (nel senso negativo del termine) tra passato e presente e dello smascheramento infine dell'epopea risorgimentale come una successiva serie di annessioni nel quadro di una rivoluzione passiva e subita, Federico De Roberto?-?gi vi accennavamo nelle pagine iniziali di questo scritto?-?fu un critico implacabile: lo ha del resto pi volte sottolineato, in questi ultimi tempi e con encomiabile energia, Luigi Baldacci. Federico De Roberto, ha sempre avvertito il Risorgimento italiano come una vera e propria impostura, tanto da non provare neppure una delusione postuma per un evento nel quale, sin dall'inizio, non aveva creduto.

64 Ed  vero. Nei suoi Vicer?-?non per nulla un romanzo quanto mai sfortunato fino alla met del secolo appena trascorso?-?lo scrittore siculo-napoletano ci ha consegnato, in una narrazione icastica, documentata e, nonostante il generale impianto naturalistico del tempo, quanto mai tesa alla conquista di un pi verace realismo, il risultato artistico di queste sue convinzioni. Il vecchio duca d'Oragua prima e l'onorevole Consalvo Uzeda principe di Francalanza e nipote del duca poi, costituiscono?-?e stabiliscono?-?la saldatura tra regime borbonico e regime unitario. Dunque non soltanto la musica non era cambiata; non erano cambiati gli stessi suonatori. Vuoto, cinico, arrivista, il rampollo dei vecchi vicer?-?della vecchia razza come primamente avrebbe dovuto intitolarsi il grande affresco romanzesco?-?diviene pertanto l'uomo della nuova Roma, ovverosia di quella Roma bizantina che, dopo l'avvento della Sinistra al potere, persegu il rilancio di una Destra che non fu affatto la Destra storica d'onesta memoria, ma la Destra che prese a combattere la grande battaglia contro il socialismo e che, alla fine, ne seppe uscire vittoriosa.

65 Ebbene: i Vicer apparvero nel 1894; pi di sessant'anni dopo, postumo e con un clamore motivato insieme dal clima letterario del tempo e da vicende editoriali, esplose il caso del Gattopardo di Giuseppe Tomasi principe di Lampedusa, il gentiluomo palermitano nato due anni dopo la pubblicazione dei Vicer. Almeno due motti che campeggiano nel suo romanzo, l'uno relativo al processo di formazione dell'unit italiana (questo Regno d'Italia che si  formato miracolosamente, vale a dire non si capisce come) ed un altro passato addirittura in proverbio (se vogliamo che tutto rimanga come , bisogna che tutto cambi) non potevano?-?e ancor oggi non possono?-?non evocare un collegamento tra il vecchio e il nuovo libro, tra i Vicer e il Gattopardo, tra De Roberto e Tomasi di Lampedusa.  vero che tale collegamento  stato successivamente, se non contestato, revocato in dubbio in nome della vera o presunta struttura joyciana del romanzo novecentesco, o, quanto meno, in nome del suo fraseggio non privo d'ironia e posto comunque in decisa opposizione a quello, oggettivo duro e impassibile, del narratore ottocentesco; e tuttavia, se non altro per la materia affrontata?-?il vecchio regime borbonico che sullo sfondo dell'impresa dei Mille si trasfonde in quello piemontese dell'Italia unita?-?il collegamento in parola non era, e non , campato in aria.

66 Eppure, questo detto, le differenze tra i due notevoli romanzi esistono; ed esistono non sul solo piano artistico e letterario ma pure su quello, per il nostro discorso notevolmente importante, dell'interpretazione della realt storica, politica e sociale italiana. In De Roberto infatti, come gi si  detto, hai la denuncia di una pratica che, fondata sulla corruzione e sull'assenza di ogni principio morale, tende alla conquista del potere per il potere, al mantenimento del privilegio di classe, alla caparbia negazione di ogni forma di redenzione interiore (se non addirittura allo sbeffeggio di codesti valori) e alla conseguente prosecuzione, di vittoria in vittoria comunque raggiunte, della razza dei vicer, come del resto suona l'ultima riga del libro: No, la nostra razza non  degenerata;  sempre la stessa. In Tomasi di Lampedusa hai invece l'elegia funebre che questa antica razza padrona innalza su se stessa per la voce, gli atti e i comportamenti del suo ultimo rappresentante, il principe di Salina. I vicer di De Roberto continuano e si trasfondono nella classe borghese che apparentemente li ha vinti e di fatto?-?questa nuova classe?-?la dominano e la plasmano a loro somiglianza; il vicer invece dello scrittore palermitano, pur dopo avere allestito e guidato l'operazione mimetica sopraddetta per i suoi eredi e successori, prende personalmente atto della sconfitta subita, annuncia la morte della propria classe come classe dell'aristocrazia feudale, ripudia il suo effettivo e storico proseguire nelle forme troppo volgari di un'aristocrazia borghese e si chiude, in attesa della morte, in un orgoglioso isolamento che rappresenta, al contempo, la fine e la memoria della classe scomparsa. L'atto di morte del feudalesimo si propone cos, in contemporanea, sia come sprezzante riprovazione della borghesia sorta dalle sue ceneri, sia come esaltazione, ad memoriam, dell'aristocrazia feudale defunta. In breve: in De Roberto hai lo scrittore con l'occhio rivolto alla storia e ai suoi amari svolgimenti; in Tomasi di Lampedusa hai invece il processo storico ridotto a lirica astrazione. Non  certo un caso che il protagonista del Gattopardo, per un'infinit di aspetti, richiami la biografia del suo stesso creatore: in lui la secolare feudalit si  incarnata ed  in lui e con lui che essa scompare dal mondo. L'elegia funebre, da questo punto di vista artistico-letterario, ambisce vistosamente a far risuonare anche le corde di una sorta d'innovativa epica funebre.

67 Si prenda il grandioso finale della quarta parte del Gattopardo ove il passato e il presente, il feudalesimo incarnato nel principe di Salina da un lato e il cavaliere Aimone Chevalley di Monterzuolo dall'altro, ossia il rappresentante della nuova borghesia piemontese e costituzionale, si incontrano e si scontrano. La scena viene magistralmente descritta per gradi, ascensionalmente disposta dal lento e grave del suo inizio all'accesa increpatio della sua conclusione, grazie alla quale l'ultimo degli aristocratici, quasi in faccia alla catastrofe del mondo, deplora, commisera e a un tempo giustifica la fine della propria esistenza. Alla nuova Italia che nella persona di Chevalley viene ad offrirgli il prestigio del laticlavio, l'esponente della trascorsa Italia?-?o meglio: di tutta una secolare tradizione che in lui si conclude e svanisce?-?risponde con un ironico dispregio e con un risoluto rifiuto. Che cosa se ne farebbe il Senato di me, di un legislatore inesperto cui manca la facolt di ingannare s stesso, questo requisito essenziale per chi voglia guidare gli altri? E immediatamente dopo: Noi della nostra generazione dobbiamo ritirarci in un cantuccio e stare a guardare i capitomboli e le capriole dei giovani attorno a quest'ornatissimo catafalco.

68 Con queste perfide e vendicative asserzioni il moribondo principe di Salina non scrive solamente, tanto con orgoglio quanto con sottile ipocrisia, il proprio epitaffio tombale; annuncia anche allo stupefatto interlocutore le miserie morali che guideranno la presunta futura primavera degli anni a venire, il presunto e illusorio domani: esso non sar che il caos attorno a un ornatissimo catafalco dove gli unici e miserabili comportamenti visibili non saranno che i capitomboli e le capriole imposte da una societ sempre di pi avviata verso la corruzione affaristica. A fronte di siffatta catastrofe?-?fine della feudalit, fine della Storia?-?l'invocazione e il corteggiamento della morte divengono degli imperativi ineludibili.

Lo scandalo della Storia: Elsa Morante

69 Quasi cinquant'anni fa, nel giugno del 1974, con una campagna pubblicitaria eccellentemente orchestrata e in una edizione inconsuetamente popolare per un'opera al suo debutto?-?Gli struzzi einaudiani?-?usciva La Storia di Elsa Morante, un romanzo di circa ottocento pagine secondo un certo modello ottocentesco e concepito piuttosto come un'azione politica che come opera d'arte, anche se questo fine non era certo assente. Il successo fu grandioso, alimentato, com'era inevitabile, dagli accesi clamori pro e contra della cosiddetta critica ufficiale.

70 Per quanto lo scopo del libro, il suo messaggio, fosse pi che esplicito ed emergesse continuamente dalle tante e tante pagine che lo compongono; per quanto infine esso venisse ripreso e quasi scolpito, nell'ultima sua parte, nello stralunato discorso che poco prima di morire il portavoce della scrittrice Davide Segre, l'intellettuale d'estrazione borghese che rinuncia ai privilegi della sua classe per abbracciare gli ideali anarchici, pronuncia di fronte a una tavolata di proletari e sottoproletari romani, l'autrice volle ribadirlo nella sua nota introduttiva all'edizione americana della Storia (1977). (Nel suo testo originale, tale nota, pu essere letta nel primo volume delle Opere di Elsa Morante, a cura di Carlo Cecchi e Cesare Garboli, Milano, Mondadori, 1988, pp. lxxxiii-v). Che cosa vi si diceva?

71 Anzitutto che la Storia, la Storia con l'iniziale maiuscola,  uno scandalo; uno scandalo ormai durato da diecimila anni secondo del resto quanto era detto nel sottotitolo del libro nella sua edizione originaria. Che bastava scorrere qualsiasi sommario di storia universale per accorgersi come ogni societ umana di qualsiasi tempo si rivelasse un campo straziato, dove una squadra esercita la violenza e una folla la subisce. Che continuare a tacere su questo gran male del mondo classificandolo come luogo comune non era che un pretesto triviale atto a giustificare un silenzio complice. Che i tempi attuali segnavano l'acme (per il momento) di questa non pi tollerabile violenza esercitata senza requie in tutte le sue forme e scatenata tanto sui corpi quanto sulle coscienze e destinata ad annientare catastroficamente l'intera umanit. E fermiamoci pure qui.

72 L'attacco in realt, come del resto non sfugg ai critici pi avveduti, veniva portato allo storicismo e all'idea, per esso fondamentale, di progresso, la cui critica e negazione, come  noto, diede vita a una corrente di pensiero oggi pressoch trionfante: non a caso, negli anni della Storia morantiana, cominciavano ad essere tradotte in italiano le opere di Popper. Ma in maniera forse pi nascosta, ma non per questo meno viva, l'attacco era rivolto, oltre che contro il marxismo (e le interpretazioni di Hegel da parte di Lukcs), contro il comunismo, sia che lo si volesse intendere?-?deformandolo?-?come una illusoria utopia liberatrice, sia che lo si intendesse, come allora si diceva e per molti anni si continu a ripetere, come quel regime di socialismo reale di nient'altro produttore se non di miseria e barbarie. Donde quell'assurda equivalenza tra nazismo e comunismo, tra hitlerismo e stalinismo, che oggi  divenuta un'opinio communis e alla diffusione della quale la Storia di Elsa Morante non pu ritenersi del tutto estranea.

73 Sempre nella menzionata introduzione all'edizione americana del suo romanzo, l'autrice scriveva:

Per, mentre nei trattati a protagonisti della vicenda storica vengono assunti i mandanti o esecutori della violenza (capi, condottieri, signori), in questo romanzo i protagonisti (gli eroi) sono invece coloro che subiscono, ossia le vittime dello scandalo. Gli altri (i responsabili dello scandalo) vi compaiono ma di sbieco, in una dimensione estranea, simili agli spettri famelici della tradizione orientale. Difatti, pur sempre ritornanti e sempre in azione, essi sono una corte irreale di fantasmi, che hanno solo l'apparenza della vita. (cit., p. lxxxiv).

74 Orbene: pur facendo tutte le concessioni possibili all'ingenuit e al semplicismo di questo enunciato?-?dal quale consegue che la scrittrice ha voluto prender partito non per la morte della semivisibile cricca dei potenti scatenanti la violenza, ma per la vita delle vittime di questa scandalosa violenza?-?qui ci troviamo di fronte a una duplice menzogna: da un lato la negazione irragionevole che gli eventi storici non abbiano mai comportato, e con la partecipazione attiva di vaste masse popolari, esiti altamente liberatori e, pertanto, progressisti (e baster pensare, per questo, alla rivoluzione borghese di Francia o a quella socialista e proletaria del Diciassette in Russia); dall'altro?-?e questa volta sul piano letterario?-?la pretesa di dichiarare come una sorta di inno alla vita le atroci sofferenze che le vittime dello scandalo della storia subiscono o nel silenzio della rassegnazione (l'Iduzza del romanzo), o nel convulso vaniloquio di un'impotente ribellione (il gi ricordato Davide Segre) od anche, ed  il caso certo pi suggestivo e riuscito, negli occhi spalancati di un'infanzia pura e incorrotta che assiste, con il candore del Bene, alla tragedia del Male che l'annichilisce: quell'Useppe, voglio dire, che incarna in s il significato ultimo non gi della Storia, ma della Favola (sia pure quanto mai drammatica).

75 Che gli eventi della storia dell'uomo abbiano sovente un carattere di mera e irragionevole bestialit, di assurda ferocia e di incomprensibile disumanit  sicuramente vero. Se dovessimo qui ricordare, per quanto mi si affaccia ora al ricordo, le atrocit compiute dagli imperatori del tardo Impero di Roma?-?patria del diritto?-?quali ci vengono squadernate nelle pagine della Historia Augusta (per esempio il trattamento riservato ai soldati disertori), c' da rimanere esterrefatti. I Padri della Chiesa e gli storici del primo cristianesimo ebbero buon gioco nel denunciare questi orrori insensati e nell'indicare, nella nuova religione, la via non soltanto della salvazione individuale ma del benessere collettivo. Il che naturalmente non imped che la Chiesa, nel suo storico e millenario cammino, non si macchiasse di orrori altrettanto brutali ed atroci di quelli denunciati; sennonch, questo riconosciuto, non si pu non altrettanto riconoscere che l'ideologia del messaggio evangelico, come superamento teorico della societ schiavistica, non abbia segnato un rilevantissimo passo in avanti nel processo dell'umana civilt.

76 Nella Storia della Morante un luogo di altissima importanza e risonanza  preso dalla rappresentazione, denuncia e condanna senz'appello della questione ebraica e della sua soluzione finale da parte del fascismo hitleriano. Non vi  per mai nessun accenno, sia pure obliquo o indiretto, sul come ci sia potuto accadere; sulle motivazioni (non certo giustificazioni!) del fenomeno?-?motivazioni, voglio dire, storiche e culturali: ritardata formazione dell'unit tedesca; assenza in essa d'ogni rivoluzione democratico-borghese; conseguente concezione dello Stato come sua mistica divinizzazione; l'irresistibile ascesa che, dopo la sconfitta della prima guerra mondiale, la parte pi aggressiva e reazionaria del capitalismo tedesco promosse del Fhrer nella sua illimitata dittatura; tutto insomma quel frastagliato, complesso e variegato processo culturale che fin per convogliarsi, nelle circostanze storiche date, nella ben singolare ma altres ben consapevole educazione hitleriana che un celebre libro di Gyrgy Lukcs ha definito come distruzione della ragione. Torneremo specificamente sull'argomento; limitiamoci ora ad osservare come nelle commosse, patetiche, popolari pagine del romanzo morantiano, le efferate spietatezze della soldataglia tedesca non siano che una nuova forma, sempre in crescendo e sempre dunque pi atroce, del concreto manifestarsi dell'azione degli spettri famelici da sempre scatenati sul mondo e sulla vita. Va da s che in questa prospettiva certamente suggestiva ma menzognera, la storia, nonostante gli insegnamenti di Machiavelli risalenti al principio del secolo decimosesto, si riduca a un'eterna devastazione del Male e ad una violenta, ossessiva e irragionevole distruzione dei piccoli fiori innocenti della Vita.

77 Il racconto non si ferma al 1945. Prosegue fino al 1947 e oltre. Nessuno, credo, potrebbe affermare che l'hitlerismo, la sua ideologia e i suoi metodi appartengano al passato: le aggressioni, le devastazioni e le atrocit che il Paese (o i paesi) della Libert vanno compiendo in tante parti del mondo sono vicende cui assistiamo quotidianamente.

78 Alla fine della seconda guerra mondiale comunque, in gran parte delle masse liberate dall'incubo del fascismo era viva l'illusione che potesse cominciare davvero un nuovo periodo di pace e di libert. Non fu (levianamente) che una tregua. Bastarono pochi mesi perch questi sogni venissero crudelmente distrutti e perch apparisse chiaro che la fine della guerra significava soltanto la preparazione di una nuova guerra contro l'Unione Sovietica, i cui ideali cominciavano a far presa in vaste zone del mondo. Prese il via la crociata anticomunista (filo conduttore della propaganda hitleriana) ed essa venne accolta con sempre maggiore energia dalla parte democratica e dagli esponenti del nuovo capitalismo imperialistico. E fu allora che, riducendo in modo ancora pi assurdo che arbitrario fascismo e comunismo allo stesso denominatore, si decise di rivolgere la lotta contro il totalitarismo, ossia la guerra del Bene contro il Male, ossia ancora e da ultimo, sul piano del processo culturale, la guerra contro lo studio e l'esame della storia distruggendone tutta la sua dialettica interna e distruggendo al contempo, in nome di un'inesistente libert, ogni forma di spirito critico, di tolleranza e, perfino, di ogni ragionevole speranza in un futuro migliore. Ed  per questo che la Morante, in buona fede, pu percepire la storia umana?-?la Storia?-?come le spire multiple di un assassinio interminabile ond' che, in termini letterari, il suo libro finisce per configurarsi come una sorta di manifesto dell'antistoricismo e l'espressione artistica della negazione della Storia, del suo contraddittorio ma sempre dialettico sviluppo e, infine, del suo tradimento.

79 Nella parte ultima di Guerra e pace, sul drammatico sfondo della ritirata dei francesi da Mosca, noi assistiamo alla decisiva maturazione di Pierre Beschov, il fratello spirituale dell'altro grande protagonista dello sterminato romanzo, il principe Andrej. Tale maturazione, ossia quella serenit e armonia con se stesso che il personaggio aveva fino a quel momento inutilmente cercato nella filantropia, nella massoneria, nelle distrazioni mondane, in un atto di eroica abnegazione o nell'amore romantico per Natascia, si realizza quasi spontaneamente, da s, proprio in virt dei patimenti per gli orrori comportati dalle devastazioni della guerra e della riflessione su di essi?-?una riflessione alla quale porgono un apporto risolutore sia il ricordo di lontane considerazioni del principe Andrej, sia, e soprattutto, la casuale familiarit e i colloqui intervenuti con un ormai anziano compagno di sventura, il contadino e plebeo Platon Karataev, personificazione quasi incomprensibile ed eterna, dice Tolstoj, dello spirito della semplicit e della verit. In che cosa dunque, e sia pure espressi con linguaggi diversi, convergevano gli ammonimenti dell'aristocratico Andrej e del contadino Platon? Nel riconoscimento?-?rispondiamo?-?che ogni aspirazione dell'uomo verso una felicit positiva  posta in lui non perch possa essere soddisfatta ma soltanto perch gli sia di tormento. La felicit umana, in altri termini, non poteva che essere negativa: liberazione dal superfluo, soddisfacimento delle necessit naturali, conquista di un'assoluta calma spirituale e di una perfetta libert interiore. Nella sua visione cristiano-evangelica Tolstoj fa in realt qui suoi i grandi insegnamenti di quell'antico stoicismo ed epicureismo culminati nella grandiosa opera di Michel de Montaigne. Gli orrori e le atrocit dell'insensata campagna napoleonica hanno forgiato, proiettato verso l'avvenire ma recuperato dalla storia e dalle sue avanguardie intellettuali, il modello dell'uomo nuovo, non pi rivolto verso il privato ma verso il sociale e il collettivo, verso quell'umanit intera con la quale era pi che indispensabile, per sentirsi davvero felici, sentirsi in piena e serena armonia. Pierre aveva imparato?-?scrive una volta Tolstoj?-?che al mondo non esiste nulla di terribile e che in esso non vi sar mai circostanza che possa rendere qualcuno del tutto schiavo e infelice. E questo , in termini ideali, un autentico inno alla vita.

80 Diversa, ed anzi opposta,  la prospettiva nella Storia di Elsa Morante. Nel libro (diciamo cose ovvie) non mancano pagine eccellenti, addirittura da antologia, ed uno di questi casi  sicuramente quello che ci narra la morte di Giovannino sui campi di neve della Russia nella tragica ritirata italiana (cit., pp. 704-9). Anche Platn Karataev era morto, pi di un secolo prima, su quegli stessi campi non ancora innevati, ma la sua non era stata una morte: agli occhi di Pierre egli era soltanto scomparso confondendosi con gli altri ed a Pierre aveva lasciato, in testamento e in dovere, la responsabilit di agire secondo le guide della finalmente conquistata armonia con il mondo. Il suo destino umano, per cos dire, continuava in quello dell'uomo che aveva contribuito a rendere felice.

81 Il destino umano di Giovannino, per quanta piet esso ci susciti e per quanta bravura artistico-letteraria la scrittrice abbia profuso nel rappresentarcelo, rimane un destino sterile. Noi lo seguiamo commossi nel suo arrancare carponi verso l'irraggiungibile mta; siamo con lui nel suo vano implorare soccorso; partecipiamo con tutta la nostra perturbata sensibilit umana a quel suo estremo delirio in cui rivive tutte le persecuzioni subite sino dalla prima infanzia, ma alla fine non possiamo anche noi non salutarlo, ora che lo vediamo raggomitolato nella sua morte, con il saluto amaro ma impotente con il quale da lui si congeda la Morante: Buona notte, biondino.

82 Buona notte, biondino: su di lui, su noi tutti, cala il sipario di una rassegnazione senza speranza.

Note

1 Testimonianza radiofonica del 3 aprile 1950. Ora in Appendice all'edizione einaudiana delle Terre del Sacramento, Torino, 1994, p. 255.

2Intervento di Francesco Jovine in Belfagor, 4 (1949), p. 221.

3 Cfr. C. Levi, L'invenzione della verit, in Prima e dopo le parole. Scritti e discorsi sulla letteratura, Roma, Donzelli, 2001, p. 53 e sgg.

4 Cfr. C. Levi, Tre ore di Matera, in Le mille patrie, cit. pp. 193-203.

5Le due tensioni. Appunti per una ideologia della letteratura, a cura di D. Isella, Milano, Il Saggiatore, 1967.

6 Per questa e le citazioni che seguono vd. Le due tensioni, cit. pp. 67-71.

7 S. Antonielli, M'illumino d'immenso. Viaggio nella letteratura contemporanea, a cura di E. Esposito, Milano, Mursia, 1987, p. 195.

V. Miseria borghese: Gadda. La Resistenza: Fenoglio. Nazifascismo: Primo Levi

1 Le pagine di quest'ultimo capitolo vorrebbero essere, insieme, la conclusione della nostra rassegna e il punto d'approdo del discorso sin qui condotto. In quelle dedicate a Carlo Emilio Gadda, il lettore si accorger di tornare su tematiche gi precedentemente affrontate?-?in particolare il modo con il quale Alessandro Manzoni si pose di fronte alla storia e diede vita al grande romanzo realista. Ma il fatto  che Gadda, consapevolmente e sin dagli inizi della sua tormentata carriera d'artista, intese riallacciarsi al suo grande conterraneo per proseguirne il magistero non gi in senso formale o di scuola (niente di pi di diverso tra di loro sotto questo profilo), ma nel pi impegnativo compito, e vorrei dire dovere, di fare del romanzo uno strumento di critica della storia e della societ in universali?-?fare cio dell'arte uno strumento, come appunto Manzoni suggeriva al giovane Marco Coen, per indirizzare la collettivit umana a pensar bene, ossia a ricostruire l'uomo partendo dalla sua interiorit. E probabilmente, in tutto il Novecento italiano, non c' scrittore (al di l di certe apparenze) che meglio di Gadda abbia saputo soppiantare l'io con il noi, il soggettivismo con la rigorosa rappresentazione di una societ oggettiva. Per questo siamo tornati ad accordargli tanto spazio.

2 Beppe Fenoglio e Primo Levi concludono la prima parte del libro. Sono due scrittori completamente diversi, e tuttavia, seppure molto sottilmente, c' qualcosa che infine li unisce o li potrebbe unire: la volont di testimoniare. La dolorosa consapevolezza del fallimento della vicenda resistenziale nel primo, vale a dire di un'opportunit storica forse irripetibile; la cupezza assurda orrenda e repugnante di tredici mesi di vita vissuta nel Lager di Auschwitz nel secondo. Ed  soprattutto in lui che la Storia, con una delle sue pagine pi infernali, afferra lo scrittore e in lui s'immedesima ma senza riuscire a travolgerlo nell'odio e nella vendetta. Si tratta comunque di un grande risultato umano ed artistico: nec lugere neque detestari sed intelligere. Attraversate le pi orrende regioni dei mostri, come  stato detto, Primo Levi ha saputo riprendere, come l'Ulisse di Dante, il viaggio della speranza per seguir virtute e conoscenza.  un esito confortante.

Illuminismo e spirito manzoniano in Gadda

3 Uno studio su Carlo Emilio Gadda non dovrebbe prescindere, io credo, dal riconoscimento, pi deciso di quanto sia stato fatto sin qui, della sua eredit manzoniana, e non soltanto come forma mentis nel porsi di fronte a una data realt storica da smascherare e demolire (ironia, compatimento delle umane miserie, ma pure, quando  il caso, feroce sarcasmo), s anche come complesso patrimonio culturale e ideologico che, formatosi in giovinezza sotto l'urgere di particolari e drammatiche esperienze, in entrambi gli scrittori (non escluse certe loro componenti nevrotiche) non venne mai meno, da loro difeso fino alle estreme conseguenze.

4 Ambedue borghesi, appartennero tuttavia?-?com' naturale?-?a due diverse fasi storiche della loro classe: in ascesa la borghesia manzoniana ancora nutrita dei grandi fermenti dell'esperienza illuministica (in particolare a Milano) e tendente sul piano politico a promuovere l'unit italiana; in regresso o quanto meno in stagnazione quella gaddiana: una borghesia anzi che, fortemente contrastata dai robusti movimenti proletari e socialistici in ascesa, chiuse la sua problematica esperienza unitaria nella dittatura fascistica e nella retorica, gravida di conseguenze, dell'imperialismo dell'antica Roma. Indubitabilmente per il borghese Gadda; che visse appassionatamente ma in maniera quanto mai deludente l'esperienza della prima guerra mondiale, la Storia, marciando contro di lui, gli rese quanto mai difficile, volendo permanere nel campo borghese, il trovare in esso una concreta, storica strada di avanzamento. Non per nulla, di nuovo nel 1950, egli ebbe a dire di s: Le mie naturali tendenze, la mia infanzia, i mie sogni, le mie speranze, il mio disinganno sono stati, o sono, quelli di un romantico: di un romantico preso a calci dal destino, e dunque dalla realt (Opere III, cit., p. 629). Era quasi giocoforza che egli finisse per dedicare tutto il pathos della sua arte nello scagliare acuminatissimi strali contro la propria classe d'appartenenza, avendo essa tradito, con la sua inerzia e la sua incultura, i grandi ideali (o sogni) che di essa, nella prima giovent, egli si era fatto sull'onda delle mitizzate esperienze risorgimentali. Donde, e sin da principio, il ricorso al grande compatriota Manzoni, cos come si ricorre, nelle spirituali distrette, a un conforto intellettuale.

5 Ma quale Manzoni? Vediamo le cose un poco pi da vicino. Giunto a poco pi della met dei suoi Promessi sposi, lo scrittore milanese, come gi altre volte in precedenza, sospende il racconto vero e proprio per chiarir meglio al suo lettore quello che il critico  la page definirebbe il background storico-sociale. Tale era naturalmente anche il costume del romanzo storico cui Manzoni intese richiamarsi, sennonch, nel nostro caso, questo intervallo piuttosto lungo e che sarebbe divenuto immensamente lungo se avesse compreso anche i fatti poi esaminati nella Colonna infame, assume un tono, un carattere ed un'efficacia rappresentativa che costituiscono?-?viene inevitabilmente da dire?-?la chiave di volta per intendere le ragioni per le quali lo scrittore ambrosiano, in armonia con la migliore tradizione illuministica alle sue spalle, quella cio dei Parini, dei Verri e dei Beccarla, si presenta ancor oggi come uno scrittore non soltanto autenticamente democratico, ma pure come un grande realista. Alludiamo naturalmente all'esposizione dei tre flagelli che, a cominciare dalla seconda met del 1628, si abbatterono sul Milanese e sul suo Ducato: guerra, carestia, peste, in una miscelazione perversa e non soltanto per la malignit della poco provvidente Natura.

6 La carestia, la peste e la guerra?-?iniziava Voltaire una voce' del suo celebre Dizionario filosofico?-?sono i tre ingredienti pi famosi di questo basso mondo terreno. Continuava quindi, irridente: Possiamo iscrivere nella classe della carestia tutti i perversi cibi cui la miseria ci obbliga a ricorrere per abbreviare la nostra vita nella speranza di sostenerla. Poi comprenderemo nella voce peste' tutte quelle malattie contagiose che saranno sulle due o tremila. E questi due bei presenti ci vengono dalla Provvidenza. Ma la guerra?-?precisava col dare inizio alla sua sarcastica requisitoria?-?ce la facciamo noi stessi e ci viene, per solito, dalla fantasia di tre o quattrocento persone diffuse sulla superficie del globo terraqueo sotto il nome di prncipi e di governanti; ed e forse per questa ragione che in molte dediche di libri o altro essi vengono chiamati le immagini viventi della Divinit'. Orbene: pur senza assumere il tono irriguardoso del francese (irriguardoso, ben s'intende, nei confronti della provvidenza divina), rimane questo anche il pensiero del nostro Manzoni, con in pi, rispetto al collega d'oltralpe, la tragicit di un'esposizione che non sempre pu limitarsi alla critica dell'ironia ma che deve anche esplodere, trascinata dagli eventi narrati, nello sdegno e nella collera. La guerra, le sue catastrofi oltre che le sue insensatezze: la miseria delle sue cause e le devastazioni dei suoi effetti. E ancora: la coquinerie, la furfanteria dei suoi promotori e assertori, dei suoi don Gonzalo de Crdoba e dei suoi Ambrogio Spinola; e le torme dei lanzi che l'una dopo l'altra si avventano come avvoltoi a mettere a sacco villaggi e campagne, a distruggere l'opera laboriosa del contadino, a produrre sconquassi tali che, in concomitanza con contingenze poco favorevoli, ci che ne deriva  l'inevitabile carestia. E con la carestia e la denutrizione ecco le turbe degli infelici (sui quali la storia comunemente sorvola) che s'inurbano trascinati da fallaci speranze; e qui, da un lato, il riunirsi degli sventurati che quasi per compiacere all'ultima disperazione di un'inutile furia, danno l'assalto ai forni, bruciano tutto quello che  possibile bruciare e aggiungono sventura a sventura e, dall'altro, il tragico spettacolo dei miserabili che muoiono sui marciapiedi o vengono accatastati nei lazzaretti dai quali, sol che possano, scappan fuori con una gioia furibonda, onde infine, quasi a prologo dell'orrendo e ben noto paesaggio della peste con il suo celebre delirio, ecco Manzoni produrre questa memorabile sentenza: Ma noi uomini siam in generale fatti cos: ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani, e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi; sopportiamo, non rassegnati ma stupidi, il colmo di ci che da principio avevamo chiamato insopportabile. Ecco un aspetto, che lo scrittore non si stancher mai di scoprire o di smascherare, di ci che va sotto il nome di spirito umano.

7 E le classi di governo, i prncipi o immagini viventi della divinit?

8 Nell'aggredirli la voce dello scrittore si fa ancora pi grave e pi seria, pi rigorosa e severa. Nessuna indulgenza, nessuna propensione a una pur umana giustificazione che, nelle circostanze date, suonerebbe a complicit (neppure, a guardar bene e per qualche particolare aspetto, per l'eroe positivo di questo tragico quadro: il cardinal Borromeo). Prendete l'inizio del capitolo trentunesimo. Milano  ormai preda del contagio e i cadaveri traboccano. Le autorit locali, sempre pi impotenti, si rivolgono al governatore spagnolo, quell'Ambrogio Spinola il cui unico interesse?-?la cosiddetta gloria militare?-?era rivolto alla conquista di Casale. Quale risposta ne riportarono? Eccola, pari pari trascritta dalla documentazione del Ripamonti. Ne mostr s un gran sentimento, una grande commiserazione, ma pur rispose che i pensieri della guerra erano pi pressanti: sed belli graviores esse curas. E il Nostro: Era quest'uomo il celebre Ambrogio Spinola, mandato per raddrizzar quella guerra e riparare agli errori di don Gonzalo, e, incidentalmente, a governare; e noi pure possiamo qui incidentalmente rammentar che mor dopo pochi mesi, in quella stessa guerra che gli stava tanto a cuore; e mor non gi di ferite sul campo ma in !etto, d'affanno e di struggimento per rimproveri, torti, disgusti d'ogni specie ricevuti da quelli a cui serviva. La storia ha deplorata la sua sorte e biasimata l'altrui sconoscenza; ha descritte con molta diligenza le sue imprese militari e politiche, lodata la sua previdenza, l'attivit, la costanza: poteva anche cercare cos'abbia fatto di tutte queste qualit quando la peste minacciava, invadeva una popolazione datagli in cura, o piuttosto in bala.

9 Apriamo ora quell'ormai pi che nota Apologia manzoniana che in prima stesura, nell'agosto del 1924 (e dunque una delle prime cose gaddiane), aveva il titolo ben significativo di Affioramento per l'innesto in praeteritum tempus e che, nella realt delle cose e per quanto riguarda il precipuo punto di vista di Gadda, ci suona come una vera e propria ars poetica (Opere III, pp. 679-87). L'apologia di Manzoni  infatti l'apologia di un narrare che si propone di esporre il quadro nefasto di una societ che, ormai senza pi regole norme e volont, va precipitando verso la completa disgregazione, e di esporlo, questo quadro, parlando da uomo agli uomini, esattamente come (vi si dice) a loro modo parlarono tutti quelli che ebbero qualcosa di non cretino da raccontare?-?e qui tra l'altro, diciamolo pure tra parentesi,  la radice del presunto barocchismo linguistico gaddiano, in realt nient'altro che lo strumento mediante il quale riuscire a strappare fino in fondo, dal volto del mondo, le maschere delle sue mille ipocrisie e mostrarne le sue mille vilt, i suoi mille inconfessabili retropensieri et hoc genus omne.

10 Con un disegno segreto e non appariscente (cos comincia la menzionata Apologia) egli [don Alessandro] disegn li avvenimenti innavvertiti: tragiche e livide forme d'una societ che il caso trascina per un corso di miserie senza nome, se pu chiamarsi caso lo spostamento risultante della indulgenza, della bassezza, della cieca ignoranza, della ignavia politica d'una razza, dell'avidit e dell'orgoglio d'un'altra. Ebbene: sol che si muti il termine razza con quello pi pertinente di classe, ecco rappresentata al vivo la perversa dinamica della storia come brutale sopraffazione, da parte del patriziato spagnolo-lombardo, sulla grigia plebe nella quale tuttavia?-?precisa Gadda?-?altre anime vivono [...] pilastri residui d'una vigoria del passato o forse pilastri di una grandezza ventura. L'attenzione del lettore, a questo punto, va immediatamente a Renzo e Lucia, primo germe dell'operosa borghesia lombarda che, a giudizio di Gadda oltre che di Manzoni, va sicuramente annoverata tra le componenti essenziali del rinnovamento risorgimentale. In altri termini: la narrativa manzoniana, la vera narrativa,  tale in quanto sa contrapporre allo sfacelo la speranza nel riordino, al caos del negativo la fede morale nel positivo, alla morte la vita o, quanto meno, ne sa indicare i presupposti e far s che la scena storica rappresentata, e con essa i suoi personaggi, siano costantemente animati, vivificati e resi reali da quella dinamica interna che regola il processo storico e che, in mancanza d'altro, si appalesa nello sguardo critico dello scrittore di fronte alla propria materia. Non insomma la fotografia di una data realt storica, s invece la sua rappresentazione e definizione critica. Luci salubri?-?tale la chiusa di questa breve Apologia?-?succedono finalmente ai lividori d'un mondo il di cui pittore potrebbe essere lo Spagnoletto. La sana vita di un popolo sano si rinnova nella credente donna. La sua fede e i suoi figli diffonderanno nella terra luminosa una gioconda attivit. Renzo, non meno della sua ragazza, rappresenta nel poema la stirpe, operante per elezione morale.

11 Orbene: al di l di questi ironici e divertiti epifonemi, mi sembra che risulti chiaro che l'apologetica manzoniana di Gadda voglia essere, per prima cosa, quasi un monito rivolto a se stesso, ossia verso chi, accingendosi a intraprendere una professione del tutto diversa da quella sino a quel momento esercitata?-?l'abbandono dell'ingegneria per il mestiere di scrittore?-?si interroga precisamente sul senso da consegnare alla sua nuova eventuale attivit. Per questo abbiamo definito L'Apologia una sorta di ars poetica.

12 Nella mia vita di umiliato e offeso'?-?ebbe a confessarsi nel 1950 (cit., p. 503)?-?la narrazione mi  apparsa, talvolta, lo strumento che mi avrebbe consentito di ristabilire la mia' verit, il mio' modo di vedere, cio: lo strumento della rivendicazione contro gli oltraggi del destino e de' suoi umani proietti: lo strumento, in assoluto, del riscatto e della vendetta. E poco dopo: Molti errori ho commesso: dopo e in conseguenza dei turbamenti che le offese avevano generato in me: tanto da rendere accettabile a mio vantaggio quella sublime osservazione del Manzoni, quando giudica di don Rodrigo e di Renzo in furie: chi fa il male  responsabile non soltanto del male che ha fatto, ma dei turbamenti nei quali induce l'animo degli offesi'. Ecco rispuntare l'autore dei Promessi sposi, e rispuntare proprio a proposito della propria vocazione letteraria, quasi a legittimarla o, per meglio dire, a garantirla. Cosa allora concludere? L'arte, la poesia, il dramma o il romanzo come manifestazione letteraria del pensar bene secondo lo scrittore milanese dell'Ottocento; l'arte, la poesia, il dramma o la narrazione romanzesca come espressioni di un personale riscatto da una realt storica odiosa e non pi sopportabile nello scrittore milanese del Novecento. Le due posizioni di partenza, al di l degli esiti, sono indubbiamente molto vicine.

La critica gaddiana alla miseria della borghesia italiana: sua genesi. Gadda e Gramsci

13 Per quanto lo sdegno e il rancore della collera gaddiana nei confronti della societ del suo tempo si esprima ufficialmente, e cio in pagine di volume consapevolmente approvate, soltanto nel 1934 con i cinque veementi capitoli che costituiscono la prima parte del Castello di Udine, detto sdegno e detto rancore?-?oggi lo sappiamo?-?si manifestarono ben prima di tale data in scritti o pubblicati pi tardi o usciti postumi: il Giornale di guerra e di prigionia, il romanzo La meccanica, l'incompiuto racconto Novella seconda (Dejanira Classis), il postumo Racconto italiano di ignoto del Novecento. Tralasciamo pure il Giornale di guerra di cui si  gi detto nel secondo capitolo di questo libro (prima data 24 agosto 1915?-?ultima 31 dicembre 1919) e veniamo piuttosto alla pagina, stesa il 25 marzo 1924 (ore 12), dell'abbozzato e quanto mai frammentario Racconto italiano. Principia cos (Opere V, pp. 396-7):

Uno dei miei vecchi concetti (le due patrie); e l'insufficienza etnico-storico-economica dell'ambiente italiano allo sviluppo di certe anime e intelligenze che di troppo lo superano. Mio annegamento nella palude brianza...- Militarismo serio, etc.?-

14 Subito dopo il giovane scrittore, sempre pi deciso a lasciare la professione d'ingegnere, osserva che questo suo concetto  una continuazione e dilatazione di quello manzoniano che voleva che i mali esempi delle istituzioni comportassero la corruzione della societ; e dilatazione in quanto le ragioni della corruttela non stanno soltanto nel prestigio perduto delle autorit istituzionali, s anche nella plebe e tutto il popolo che vien meno alle ispirazioni interiori della vita, alle sue leggi intime e sacre, e che pertanto non pu anch'esso che pervertirsi. Donde la tragedia delle anime forti che rimangono impigliate in questa palude, il popolo che con il suo marasma uccide le anime grandi e, infine, la decisa volont di rappresentare nel romanzo la tragedia di una persona forte che si perverte per l'insufficienza dell'ambiente sociale. E con pi precisione e in relazione alla straziante esperienza della prima guerra mondiale: Se il disertore provoca la rovina dell'esercito, il cattivo esercito spegne l'entusiasmo dei buoni. Con l'aggiunta, risolutiva:  questa anche la mia tragedia.

15 Anche da queste poche note gettate sulla carta in una condizione spirituale notevolmente perturbata e commossa, non ultimo, come abbiamo gi accennato, il prepotente desiderio di seguire la propria vocazione letteraria, si pu avvertire con sufficiente chiarezza il divario che intercorre tra l'effettiva realt storica del caotico primo dopoguerra italiano e l'interpretazione tutta personale e soggettiva, etico-letteraria vorrei dire, che il giovane Gadda d di detta realt. Non a caso la disperazione dello scrittore muove dal dramma dell'esperienza bellica, cagione prncipe della successiva, catastrofe (se il disertore provoca la rovina dell'esercito..., eccetera); non a caso, per rappresentare artisticamente questa realt, lo stesso scrittore escogita lo schema seguente (Opere V, p. 415):

Nella prima parte [del costituendo romanzo] si potrebbe radunare la germinazione, la primavera, il sentimento, l'apparenza buona della vita, con latente preparazione del male che gi avvelena e guasta quel bene. Nella seconda parte il leit-motif dell'abnorme e della mostruosa e grottesca combinazione della vita; nella terza parte la stanchezza-catastrofe e la comprensione (azione e autocoscienza come in Amleto).

16 Colpisce la latente preparazione del male che gi avvelena e guasta il bene e la primavera della societ. Pare di poter affermare, molto riassumendo e sottointendendo, che tale occulto germe di sventura, per Gadda, fosse costituito dalla cancellazione del concetto di nazione e di patria quali si erano ambedue venuti elaborando nel corso del secolo XIX, dal Romanticismo in poi, ad opera del concetto di classe propugnato dal Manifesto dei comunisti nel Quarantotto, fatto proprio dal movimento socialista italiano e da esso utilizzato per evitare che la nazione e la patria italiana, come sostenevano i fautori delle radiose giornate di maggio (Gadda tra i quali), affrontasse quella decisiva prova che l'avrebbe forse resa degna di tornare ad essere la patria di Cesare e di Livio. Nel suo incompiuto romanzo La meccanica, che  poi quello che cerca di pi compiutamente realizzare (insieme alla novella Dejanira Classis) lo schema sopra citato, Carlo Emilio Gadda fa risuonare note particolarmente feroci contro le prospettive sopra menzionate, ossia contro un socialismo che cercava di infamare il nobile fine dell'intervento come mero avventurismo guerrafondaio. Eccone uno scampolo (Opere II, pp. 517-8).

N pi disarmarono [i socialisti]. N pi li moll [quei concetti] il noto quotidiano [l'Avanti!] di che il Pessina era abbonato, e diligente lettore. Intestazioni, titoli, sottotitoli, colonne e vignette, fu, mesi e mesi, una gioia dell'orecchio, una festa degli occhi. Ogni sforzo venne tentato, per impedire l'evento. E se i grossi pezzi eran volti contro gli zuccherieri, i siderurgici, i libici, gli sciacalli monturati di Salandra, la delinquenza bestiale della malemerita, la teppa di San Fedele, e i lupanari nazionalisti [...] certo la paura vera fu una, e in fondo fu la pi logica: quella che l'aspetto reale della patria potesse disvelarsi ai cuori e alle coscienze degli umili, vale a dire dei tartassati, dei farneticanti e degli analfabetoidi: quella che l'Italia potesse apparir loro non gi nell'allegoria neoclassica o una metternichiana espressione geografica, non una pentola fessa donde arraffar coscritti antimilitaristi verso fetenti caserme, ma finalmente un fatto, una vivente nazione. Allora gli apostoli rischiavano il collocamento a riposo. Il tragico evento, la carneficina, eran deprecati non tanto in s, quanto per le lor presumibili conseguenze politiche: prima e pi odiosa il necessario accostamento delle plebi all'idea di patria.

17 Sino all'indiscutibile battuta finale quasi atrocemente epigrafica:

...A prescindere da altre formidabili ragioni, la guerra rappresenta la forma estrema, perch coatta, della collaborazione di classe...  un manifesto del Partito Socialista Italiano, settembre [1914].

18 Orbene: da quanto esposto dovremmo concludere per un Gadda acceso nazionalista e quasi dannunziano prefascista se non tenessimo conto, al di l del suo dichiarato antifascismo 1 , che il suo giovanile stravolgimento della realt storico-politica italiana di quei suoi anni nasceva da quel sentimento della religione della patria che aveva caratterizzato la letteratura risorgimentale dell'Italia dell'Ottocento (a partire dall'Alfieri), dal culto della Lombardia cattaneana?-?e dunque della borghesia proba e fattiva, e, in una parola, da quella dottrina che tutta riposa su fattori spirituali, sull'anima, sulla volont, sulla fede e che costitu, nelle avanguardie intellettuali del secondo Ottocento, la concezione della coscienza della nazionalit. Patrimonio borghese, esso tuttavia si sfald con lo sfaldarsi della borghesia medesima ed assunse, nel migliore dei casi, il vuoto valore di una retorica patriottarda. Carlo Emilio Gadda lo comprese ma non per questo volle tradirne l'eredit passando nel campo opposto o volgendo una qualche attenzione a quei princpi del detestato internazionalismo di classe che avrebbero inevitabilmente sconvolto un'eticit individuale e civile in lui profondamente connaturata sicch, rimanendo nel campo nel quale si era educato e che pur aveva una sua realt letteraria e come una sua voce di richiamo e di sogno, da questo campo, solitario, si sforz di rappresentare una societ colpevolmente corrotta in quanto colpevolmente tralignata, in quanto fattasi sorda agli alti insegnamenti dei padri e in quanto resasi sempre pi simile, nonostante le sfarzose e beote alterigie, alla palude volgare. I sarcastici colpi gaddiani perennamente scagliati contro la classe d'appartenenza nascono da un'atroce delusione e dal riconoscimento, pur dissimulato, della sua storica sconfitta. Oltre naturalmente (ma sarebbe questo un altro discorso) da una privata forma nevrotica.

19 Le ragioni vere, le ragioni storiche della miseria borghese dell'Italia seguita all'esperienza giolittiana, non dobbiamo chiederle a Gadda ma agli storici d'ispirazione marxista o a quel quasi coetaneo dello scrittore che, militando nel campo socialista, radiograf con sorprendente acume le autentiche motivazioni di una situazione storico-politica in disfacimento o quanto meno nel caos. Alludiamo agli scritti giornalistici del giovane Gramsci dal 1914 al 1918 (ora in Scritti giovanili, Torino, Einaudi, 1958) nei quali, dalla sponda opposta rispetto a quella di Gadda, il sardo fustig le manchevolezze, il cinismo, la corruzione della classe borghese; difese le ragioni dell'ideologia socialista e del proletariato; segu s con l'occhio partecipe del militante, ma anche col senno della ragione educata al difficile processo della storia, l'evolversi della situazione in Russia dopo gli eventi grandiosi del Diciassette. In questi scritti gramsciani, a prendere rilievo e particolare significato, sono tutti quei temi che la pi recente e partecipe storiografia ha indicato come effettivamente tipici e determinanti della successiva catastrofe italiana, vale a dire, a partire dalla dichiarazione di guerra all'Austria nel maggio del 1915, l'evoluzione in senso autoritario e novantottesco dello Stato liberale, un'economia dominata da una ristretta brigata di pochi grandi finanzieri e di pochi grandi industriali e, quel che pi conta e in conseguenza di tale dipendenza economica, uno Stato s sempre pi autoritario ma non per questo pi forte, vale a dire pi efficiente.

20 Eppure?-?questo detto?-?chi legga le pagine sopra menzionate del nostro rivoluzionario e, in contemporanea, le osservazioni critico-emotive del giovane scrittore lombardo non pu non notare, al di l delle divergenti posizioni ideologiche e della stessa peculiare conformazione storicistica del pensiero gramsciano, un comune pathos morale, e vorrei dire anche civile, che in qualche modo accomuna i due giovani intellettuali. Non alludo soltanto a certe loro movenze stilistiche che producono un'ironia antiborghese particolarmente calibrata ed efficace, o a certe loro reazioni nei riguardi della pi sgangherata demagogia del tempo (ad esempio la loro convinta difesa della seriet e dell'importanza della grande civilt tedesca) o, ancora, a un istintivo moto di repulsa per le contraffazioni che si venivano allora diffondendo, e sono oggi giunte quasi al culmine, del significato autentico di quella cultura che tanto Gadda quanto Gramsci intesero come concetto socratico, vale a dire, manzonianamente, come un pensar bene e un agire rettamente.

21 Penso soprattutto alla convinzione, che i due ebbero sicuramente in comune, dell'ethos morale che, quali che siano le condizioni date, dovrebbe sostenere la vita politica; che anzi lo deve e che dalle classi dirigenti, e dunque dalla borghesia, dovrebbe discendere e diffondersi nell'intera nazione, avvenendo nella realt delle cose l'esatto contrario: non l'onest del pensare e dell'agire ma il furbesco mal pensare e male agire: la speculazione, il cinico profittare, la malizia elevata a punto ultimo di riferimento ond' che Gadda, per esempio, proprio nel capitolo iniziale del Castello di Udine, pot scagliare contro i suoi contemporanei borghesi questa massima che ha un valore tutto attuale: Quando le locuzioni far fesso', non mi fai fesso' riusciranno incomprese, allora la diana sar splendida, come i fulgori primi del giorno... Il mito della furberia  un ignobile e turpe mito (Opere I, p. 132). Siamo di fronte alla speranza del rinnovamento della societ come rinnovamento dell'uomo e, per Gadda, dell'uomo borghese in ispecie: un'illusione tradita e dispersa.

22 E in Gramsci, in un articolo del 9 marzo 1918, sul Grido del Popolo: Ma l'associazione socialista ha lo scopo precipuo del disinteresse: l'onest, il lavoro, l'iniziativa vi diventano fine a se stessi, procurano solo soddisfazione intellettuale, gioia morale negli individui, non privilegi materiali. L'avere le scarpe risuolate non  certo un delitto: lo diviene quando le si usino per calpestare beffardamente l'altrui e farsene vanto.

23 Naturalmente per Gramsci la guerra del 1915-18 non fu, come per Gadda, quell'evento s tragico ma necessario perch la nazione italiana prendesse coscienza della propria dignit di grande nazione, erede della patria dei Livio e dei Giulio Cesare. Gramsci sa che quella guerra era guerra di grandi nazioni capitalistiche, di paesi con industria sviluppata. E se  vero, come viene appunto detto nel suo mirabile articolo Il diavolo e il negromante, che una guerra siffatta, proprio in quanto guerra capitalistica, esige da un lato l'infinita produzione di meccanismi bellici che la grande industria nazionale o internazionale pu fornire agevolmente dati i grandi profitti che ne ricava,  anche vero che esige negli individui, nel popolo e nel paese, una eccezionale resistenza e sacrifici inauditi, ossia un livello morale e intellettuale corrispondente alla frenetica attivit meccanica del bellicismo industriale. E Gramsci sa che tale obbiettivo  tutt'altro che facile da raggiungere. Perch?

24 Perch di colpo strappato dal suo stato di stasi e di antica abulia il popolo, il paese, violentemente immesso nel turbinoso giro che si diceva, reagisce in modo diverso da quanto si suole ritenere. La guerra meccanica - egli scrive - si integra con la guerra delle idee, e il sacrifizio, le privazioni, la diuturna sofferenza acutizzano i bisogni ideali. La stessa propaganda, per quanto caotica e confusa possa essere, produce i suoi effetti, ond' che il popolo, il paese, prendendo coscienza di s, si organizza spiritualmente secondo i propri fini e i propri orizzonti ideali. Il divario di questi obbiettivi rispetto a quelli delle classi dirigenti si fa sempre pi palese, e il negromante che ha evocato il diavolo ora si spaventa e vorrebbe di nuovo rinchiuderlo nell'ampolla dalla quale ha voluto estrarlo. Il negromante?-?la classe borghese egemone?-?non sa n vuole rinnovarsi; il conflitto con le nuove energie che ha suscitato si fa pertanto inevitabile. Non rimane, per spegnere un incendio che potrebbe divampare in modo catastrofico nei confronti della classe dirigente in netta fase d'esaurimento (e naturalmente l'ottobre russo insegnava qualcosa), che il ricorso alla violenza. Ebbene: ci che Gramsci comprende, spiega e chiarisce, e che lo fa naturalmente schierare con le forze che sembrano sensatamente rappresentare il futuro, rimane in Gadda un irrisolto grumo di dispiaceri, di inquietudini e di tormentosi interrogativi senza risposta che l'ostinazione a rimanere abbarbicato al vecchio concetto romantico, alla Novalis, di patria e di nazione, non fa che drammaticamente esacerbare. Quel severo giudizio che, da parte degli onesti, non pot non abbattersi sull'immediato dopoguerra; quel senso di rivolta morale contro le clamorose ingiustizie che lo stesso dopoguerra squadernava di fronte allo sguardo di tutti; quel sentimento di rancore che non si poteva non nutrire nei confronti degli imboscati e dei pescicani che ora parevano farla da padroni; quel senso infine di sfiducia verso le classi dirigenti (borghesi) ritenute responsabili di tanto sfacelo nonostante l'enfatizzata vittoria: tutto questo?-? ben noto?-?rimane al fondo dell'ispirazione gaddiana. E paradossalmente, rimanendo ci di cui s' fatto parola un patrimonio morale irrinunciabile, la caparbia negazione de sol dell'avvenir tramut il borghese Gadda nel giudice pi crudele e severo della sua classe d'origine. Ne decret anzi la sua condanna a morte.

Sdegno morale e storicit nella denuncia di Gadda della miseria borghese

25 Abbiamo sopra ricordato la (per Gadda) sublime sentenza manzoniana secondo la quale chi fa il male si rende responsabile anche dei turbamenti nei quali induce gli animi degli offesi; ed  da qui che occorre partire per comprendere non soltanto ogni risentimento dello scrittore, ma la giustificazione stessa di tale risentimento. Il don Rodrigo di Gadda  la borghesia corrotta del suo paese (donde in parte, anche per questo, la sua fuga in Argentina secondo il motivo delle due patrie accennato nel Racconto italiano): la critica a siffatta borghesia rappresenter il Leitmotif di tutta la sua produzione narrativa. Essa tuttavia si produce su un piano molto particolare; ossia non su quello storico, obbiettivo e vorrei dire manzoniano di chi ha da opporre, alla realt oggetto della propria critica, delle argomentazioni fondate su una diversa e progressiva concezione del mondo. La critica gaddiana viene invece condotta sul piano del corruccio e dello sdegno morale, oltre che del privato risentimento (come del resto era gi chiaro nel giovanile Giornale di guerra); e questo perch, in qualche misura,  lo stesso scrittore ad essere parte in causa, e non solo in quanto borghese, ma in quanto borghese idealista, sognatore e romantico; in quanto assertore di una classe che, fondata su un patrimonio di alte idealit e di onest di comportamenti, come tale non solo non esisteva ma non era neppure mai esistita. Il terrore dell'orda socialista alla quale, bisogna pur riconoscerlo, Gadda, e sia pure nevroticamente, neg sempre ogni diritto di cittadinanza e, con esso, la mancanza di un vero e proprio senso della storia, fecero il resto.

26 Che in ogni caso tutto questo quadro?-?questo della miseria borghese?-?si prestasse a divenire materia di intrecci romanzeschi  sicuramente indubitabile, e ne  di nuovo una prova lampante quel Racconto italiano di ignoto del Novecento che nelle pagine (caotiche) dei Cahiers d'tudes funziona da contenitore magmatico se non di tutta, di molta della produzione successiva, non esclusa, ma anzi in particolare prima linea, la stessa Cognizione del dolore, ossia il libro peculiarmente dedicato a narrare e ad analizzare fino allo spasimo il drammatico percorso interiore del borghese sulla strada tanto del proprio annullamento quanto di quello delle sue radici di classe.

27 E tuttavia, nonostante questo tono d'aprs la bourgeoisie le dluge, la prima novella apparsa nel 1931 nel libro che da essa prese il nome, La Madonna dei filosofi, si muove, rispetto agli abbozzi del Racconto italiano nel quale hanno un forte rilievo gli esiti drammatici o le soluzioni criminose (si pensi a Dejanira Classis), in un clima sereno e, almeno in apparenza, quasi da favola. Il delitto, o meglio, il tentato delitto vi rimane sullo sfondo, ad apertura e in chiusa del racconto, ironicamente, come a dare un significato tutto convenzionalmente borghese all'intera narrazione. La quale, nello sforzo che lo scrittore vi compie di liberarsi il pi possibile da ogni forma d'autobiografismo e di ricreare i propri stati d'animo in personaggi, si concentra essenzialmente nel secondo e nel terzo dei suoi brevi quattro capitoli, in essi affrontando il tema, per l'economia del racconto essenziale, della vita come una sorta di spettrale sopravvivenza. Recise in modi diversi e quasi opposti (drammatico l'uno, comico l'altro) le loro esistenze, i due protagonisti, Maria Ripamonti e l'ingegner Baronfo, si uniranno in matrimonio, il fantasma sostitutivo, all'ombra rassicurante della propriet, della vita e dell'amore veraci.

28 Ma si tratta sempre?-?responsabili in questo caso sia il primo conflitto mondiale sia il clima del dopoguerra italiano troppo sciatto, troppo volgare, troppo dominato dai caff-concerto e dai rivenditori di motociclette?-?di vite sopravvissute a se stesse e, per cos dire, ridotte alla totale insignificanza. E siccome ancora, nei due eroi della novella, Gadda trasferisce molta della sua amara esperienza di vita, cos inevitabilmente proponendosi come parte in causa, noi possiamo in qualche modo avvertire, in questo primo compiuto prodotto artistico dello scrittore milanese, due tendenze: quella che volgendosi verso la rappresentazione satirica del patriziato e della borghesia culminer, attraverso l'Adalgisa e le Novelle dal Ducato in fiamme, nel complesso quadro della critica alla societ italiana fra le due guerre consegnataci col Pasticciaccio, e quella che alla crudele descrizione della societ suddetta mira a congiungere le personali e pi nascoste giustificazioni soggettive inerenti al desolato e desolante panorama della miseria borghese e che appunto, come gi si diceva, trover nella Cognizione del dolore il suo tragico suono. In ogni caso?-?quale delle due direzioni si voglia privilegiare?-?il risultato non cambia, sempre ponendosi in primo piano, tanto nelle pagine ispirate a una pi distaccata valutazione della miseria della borghesia del tempo quanto in quelle nelle quali la voce dell'autobiografia si fa pi netta e dominante, il radicale giudizio di condanna di una societ ormai giunta al suo ultimo stadio di degrado e di disfacimento. Ma c' qualcos'altro da aggiungere e da precisare.

29 La critica alla miseria feudale, nel romanzo manzoniano, non si espresse soltanto in quella continua rappresentazione del fasto (volgare) e dell'orgoglioso puntiglio che caratterizz, con altro, la classe dirigente della societ seicentesca; non si espresse cio in una mera raffigurazione di costumi umanamente fastidiosi oltre che odiosi; essa si espresse, ben pi incisivamente ed a fondo, nell'avere saputo cogliere e riprodurre sulla pagina, nel suo nascere e nel suo drammatico svilupparsi fino alla catastrofe, il processo del male voluto dagli uomini e legittimato, se non addirittura santificato, dalle umane istituzioni (di classe). Perch cos' mai il romanzo di Gertrude?-?romanzo nel romanzo?-?se non appunto la spietata denuncia di quel cinismo feudale che dapprima oltraggia e quindi corrompe, fino a spingerla al delitto, una vita in s buona e innocente pur di salvaguardare a qualunque prezzo istituzioni economico-sociali umanamente aberranti ma fondamentalmente intrinseche al mantenimento di un regime? Sennonch Manzoni, come dimostrano le sue lettere a Fauriel del periodo della prima elaborazione dei suoi Promessi sposi, era saldamente ancorato alla sponda della borghesia nella sua fase positiva, ossia di vibrante e lungimirante lotta contro la tramontante realt sociale dell'antico feudalesimo. La stessa cosa, a parte le posizioni ideologiche conservatrici del loro autore, si pu dire per molti dei romanzi di Balzac, soprattutto per quanto riguarda una delle sue opere pi mature: Illusions perdues. Anche qui, come  tipico del grande romanzo realista, lo scrittore ci mostra, nelle sue varie fasi, il processo di formazione del capitalismo, come  stato ben detto, nel campo dello spirito; e ce lo mostra appunto nel suo storico farsi e nel suo quotidiano scontro, vincente e sopraffacente, con anime pure e innocenti onde piegarle anch'esse?-?mta il successo e il denaro?-?ai fini trionfanti della nuova societ borghese; onde arruolarle for ever nelle sue fila e cancellare in loro, anche in questo caso for ever, ogni residuo sentimento di idealismo e di superstite romanticismo: in altri e pi concreti termini: cancellare ogni fede in valori (il disinteressato benessere della collettivit) che la nuova etica borghese ritiene semplicemente superati. In questo romanzo di Balzac?-?ha scritto opportunamente Lukcs?-?risuona per la prima volta la tragica sghignazzata di scherno al cospetto del principale prodotto ideologico della evoluzione borghese stessa; in esso vediamo, per la prima volta e in modo completo, come l'economia del capitalismo porti gli ideali borghesi a un tragico dissolvimento (Saggi sul realismo, Torino, Einaudi, 1957, p. 70).

30 Quando Gadda scrive (e a proposito della borghesia italiana e non francese, a proposito cio di una borghesia quanto mai pi arretrata e provinciale), il processo di capitalizzazione nel campo dello spirito, ne fosse o non ne fosse consapevole la classe che lo rappresentava, era ormai un fatto compiuto e, ormai incluso ogni umano valore nel rapporto capitalistico tra merce e merce, allo scrittore non si spalancava che un panorama di rovine e di miseria. Se in Balzac potevamo vedere, realisticamente rappresentata, la movimentata tragedia delle origini, negli scrittori a lui successivi, ed anche in Gadda, non possiamo far altro che assistere al fatto dell'esecuzione avvenuta e, pertanto, o al rimpianto lirico per ci che non  pi, oppure, come  il caso del Nostro, alla staffilata satirica portata sull'evento ormai verificatosi. Balzac aveva dipinto l'ultima battaglia che l'uomo aveva condotto in grande stile contro la degradazione capitalistica dell'uomo stesso; a Gadda non rimane che ritrarre il mondo capitalistico ormai degradato sia nelle forme patetiche del patriziato lombardo, sia in quelle parassitario-burocratiche della piccola e media borghesia romana nell'epoca del fascismo. La mancanza di una struttura classica romanzesca nel romanzo di Gadda, la sua ben nota incompiutezza, deriva anche da qui.

31 Ma quale  il tratto tipico, o meglio, il punto focale, che caratterizza la miseria della borghesia italiana secondo Gadda? Rispondere in modo esaustivo non  facile dato che, come  ovvio, non soltanto le sfaccettature della questione sono infinite, ma esse vengono ulteriormente moltiplicate dall'innata disposizione dello scrittore a rappresentarle, in virt del suo peculiare tessuto linguistico, sotto molteplici punti di vista, siano essi quelli dei singoli soggetti via via chiamati in causa, siano invece quelli delle diverse espressioni corali. Nei disegni dell'Adalgisa, come in certi racconti delle Novelle dal Ducato in fiamme (poi Accoppiamenti giudiziosi), a prevalere sono sia la ristrettezza mentale del patriziato milanese sempre pi incline a confondersi (e a confluire) con l'alta borghesia professionale d'avvocati e ingegneri, sia quella sua ottusit spirituale che nella realt sociale e nella stessa vita quotidiana altro non riesce a vedere che l'interesse del proprio privato, del culto del proprio privato. Eccone uno squarcio (Opere I, pp. 465-7):

C'erano l'ingegner tale e l'avvocato tal altro, il commendator Bernardini e il grand'ufficial Usuardi, secondi sempre e distratti al saluto, data la qualit e la quantit degli affari che stanno di casa nei loro cervelli.

32 E poche righe sotto:

Lavoratori indefessi, consiglieri, sindaci, amministratori, presidenti, negli anonimali consessi, non concedevano un minuto allo svago, non dir all'ozio. La loro vita era esclusivamente dedita alla famiglia e al lavoro (indefesso),

33 sino a quando, conclusasi la loro carriera terrena, avrebbero riempito del loro unisono nerolistato colonne e colonne del Corriere della Sera e il loro nome, moltiplicato all'infinito, sarebbe stato accompagnato dalle parole famiglia e lavoro, famiglia e lavoro, senza mai la variante, stante la gerarchia degli affetti, lavoro e famiglia.

34 Il trionfo del privato, dicevamo: il culto del privato; vale a dire del piccolo o grande privilegio che Carlo Emilio Gadda, con lucido, sorprendente e quasi inconsapevole istinto di classe, fa talora risalire?-?si pensi ad esempio al mirabile inserto ciceroniano del racconto di San Giorgio in casa Brocchi?-?al mondo della stessa antica societ romana. Emblematica in questo senso, per la grottesca rappresentazione che la mercificazione di ogni umano valore vi viene assumendo,  sicuramente la scena del Pasticciaccio (quarto capitolo) nella quale il marito della vittima si dispera per la sparizione dei beni della vittima stessa e ancor pi se ne disperano, quasi furie vendicatrici, zi' Manetta e zi' Elvira, le proprietarie della donna assassinata, assassinata e sparita con i beni di famiglia dei quali proprio loro l'avevano dotata. Sicch ora, come ci si rivolge a un'impresa assicurativa, ne richiedono il risarcimento (Opere II, p. 90):

Commodatam repetunt rem. La richiamano dal buio e dalla notte. Rivogliono, rivogliono il fiore! col suo scerpato stelo! Il quanto perduto di lor vita. Come limatura sul magnete, le minime fibrille dei loro visceri si polarizzano alla tensione del rientro. Sentono di dover risucchiare indietro la unit gamica estromessa, la unit biologica, la persona gi vivente, eternamente vivente, e per sacramento alienata a nozze a un Sempronio. [...] Era una splendida figliola, ed era un cofano di gioie. [...] Era una figliola, con una scatoluccia: di cui loro, i Valdarena, avevano affidato al marito la chiavicina: e il diritto di servirsene, tric tric: il santo usufrutto. E il coadiutore di Cristo [...] aveva benedetto il trattato. [...] Renda, sicch, renda il mal tolto [...] Quale uso ha fatto de la bellezza? O quale spreco? di tanto gentile bellezza? e de li paoli? de li paoli, belli pure loro?

35 Credo che sia veramente difficile trovare una pagina nella quale, sia per l'organizzazione stilistica e lessicale, sia per la ferocia della deformazione sarcastica, viene bollata a fuoco con tanto icastico vigore non dico la sola volgare avidit di possesso tipica della borghesia, ma quel suo triviale egotismo che non arretra di fronte al rispetto per nulla e nessuno, neppure per la morte. Dai tempi di Cicerone a quelli odierni e a quelli che dovremo sopportare domani. Quae fuerunt vitia mores sunt sentenziava Seneca: Carlo Emilio Gadda ne ha illustrato la sentenza.

36 Ma con un'ultima osservazione conclusiva. Se il Pasticciaccio , probabilmente l'opera pi compiuta dello scrittore milanese, sferza nella sua prima parte la parassitaria borghesia romana, degna espressione del regime fascistico ai suoi inizi (siamo nel marzo del 1927), nella seconda getta il suo sguardo sul suburbio e sulle campagne laziali a sud dell'Urbe (la zona di Marino e dei primi Castelli lungo la via Appia e la nuova direttissima ferroviaria Roma-Napoli), sul suo proletariato o meglio sottoproletariato; vale a dire sopra un'umanit sabellica 2 che pi che vivere cerca di sopravvivere, come pu e come le riesce, nella nuova Italia del Littorio aspirante a riprodurre l'Impero. Furti, raggiri, imbrogli, prostituzione (femminile e maschile). Ebbene:  proprio su quest'umanit di diseredati e di piccoli teppisti?-?l'equivalente della lombarda e milanese lengiera?-? che si scatena infine, per risolvere il delitto avvenuto nei quartieri alti romani, la persecuzione poliziesca. Proprio nell'ultima pagina del romanzo, all'accusa feroce del commissario Ingravallo che, incurante del padre che le sta morendo accanto, ingiunge alla disgraziata di turno di sputare il nome dell'assassino, la disgraziata?-?una vitalit splendida in lei, a lato il moribondo autore de' suoi giorni che avrebbero ad essere splendidi, urla con altrettanta ferocia: No, nun so' stata io!. Il grido, o l'urlo, della verit. Della verit calpestata dalla miseria borghese.

Il grido incredibile blocc il furore dell'ossesso. Egli non intese, l pe ll, ci che la sua anima era in procinto d'intendere. Quella piega nera verticale tra i due sopraccigli dell'ira, nel volto bianchissimo della ragazza, lo paralizz, lo indusse a riflettere: a ripentirsi, quasi.

37 Cos'era, Ingravallo, in procinto d'intendere? Non soltanto il proprio fallimento di segugio di prim'ordine, ma pure, e con maggiore forza drammatica, il proprio umano fallimento di persona al servizio, corrotto, di una corrotta classe dirigente.

La rivoluzione mancata: Beppe Fenoglio

38 In uno dei suoi ultimi racconti della sua non lunga carriera di narratore (dal titolo editoriale di Ciao, old lion ) 3 , Beppe Fenoglio ci presenta, a poco meno di vent'anni da quando entrambi si erano battuti nelle Langhe nelle fila della Resistenza, l'incontro fortuito, ad Alba, di due partigiani badogliani, Jimmy e Nick, i nomi di battaglia con i quali, pur dopo tanto lungo spazio di tempo, ora si riconoscono e si salutano. Un incontro breve, casuale, nella hall dell'Hotel Centrale della cittadina piemontese nella quale Nick, da Torino, si  recato per principiare di l, vent'anni dopo, un suo solitario pellegrinaggio sulle colline e i luoghi della sua giovanile epopea ormai cancellata dalla comune, normale esistenza. L'annullamento del passato e il trionfo del presente vengono descritti cos:

Il bar era deserto, tranne per i due baristi. Erano di lampante estrazione contadina, allevati e sgrossati dalla casa, e ora la loro disinvoltura rasentava l'insolenza. Facevano i giocolieri con calici e sottocoppe e getti d'acqua, senza tralasciare di fissare il forestiero, alto e segaligno. [...] Lui, da parte sua, non pens altro che quei due baristi escaped solo per un pelo dall'essere suoi figli. E gli pareva solo ieri. [...] Ordin un bitter ghiacciato e applic i palmi delle mani sul piano gelido dello zinco del bancone. [...] Quello dei due baristi rimasto inoperoso scivol fuori dal banco verso il jubox e mise un twist. I due ragazzi non presero a dimenarsi secondo quel ritmo, ma si scambiarono pi di un'occhiata di intesa e di compiacimento.

39  in questo momento che il fantasma del passato del quale Nick, il protagonista, si propone di andare in una inquieta quanto incerta ricerca, si presenta spontaneamente sulla scena nella figura di Jimmy, ormai inevitabilmente deformato dalla prosa del ritrovato viver civile: Aveva moglie, due figliette, una Citroen DS, un appartamento in citt, uno al mare e uno (ancora nei sogni) in collina. Aveva ereditato lo studio dell'avvocato Valoti: ricordava Nick l'avvocato Valoti, che sedeva nel CNL in rappresentanza del PDA? Cos propostosi, il passato?-?quel passato?-?non pu che dare a Nick un forte sentimento di nausea, di pena e, persino, di repugnanza:

In quel momento la mano gli cal sulla spalla. Era una cosa prevedibile, quasi inevitabile; tuttavia lui incass il collo fra le scapole e lentamente, con ripugnanza, fiss lo specchio del bar, negli interstizi delle bottiglie dei liquori.

- Ciao, Jimmy,?-?sospir disponendosi penosamente a voltarsi.

- Nick!?-?esplose l'altro.

A quasi vent'anni di distanza si chiamavano ancora col nome di battaglia.

40 Il senso di disfacimento di un passato glorioso e potenzialmente rivoluzionario non poteva essere espresso con maggiore efficacia e con riservato, straziante dolore. Sembra quasi che non ne rimanga che un ricordo particolarmente angosciante: angosciante per chi, come Nick, vi aveva creduto e col quale e nel quale aveva identificato la sua stessa esistenza. Voltar pagina in queste condizioni (come Jimmy) e tornare alla vita normale significava in realt retrocedere; ed  per questo che Nick, l'alter-ego di Fenoglio, si dispone a riconoscere il vecchio amico e commilitone con ripugnanza. Emotivamente ma anche fattualmente,  la constatazione?-?fatti salvi alcuni riconoscimenti meramente formali?-?di un fallimento. Non per nulla il breve racconto si conclude cos:

- Lascia stare,?-?disse Nick.?-?Ti dico di lasciar stare. Ciao, Jimmy.

Rest a vederlo andare, pi piccolo, pi grasso e calvo, fin che glielo tolse di vista la colonna in corrispondenza dell'angolo dell'orologio. Non gli era n grato n risentito. L'unica cosa buona era stata che avevano ancora potuto chiamarsi Nick e Jimmy. Questo era certo; che quando l'uno avesse appreso la morte dell'altro, avrebbe detto, ad esempio: Jimmy, e non Giulio Clerico, se n' andato.

Si volt verso l'interno per chiamare il cameriere per il conto. E mentre quello veniva, pens: Mi chiamava old lion con convinzione. Eppure se n' accorto, sicurissimamente, che sono un fallimento.

41 Fallimento. Individuale o non piuttosto, il giudizio, va riferito all'intero periodo resistenziale, all'esito scaturito dall'intero movimento partigiano? In certo modo, per esso ma in positivo, verrebbe da ripetere ci che Benedetto Croce, in negativo, ebbe a dire del periodo fascista: che esso fu una semplice parentesi nella storia liberale d'Italia; una malattia che aveva aggredito un corpo sostanzialmente sano. Ebbene al contrario: la Resistenza come entusiastica speranza di rinnovamento rivoluzionario che non doveva soltanto liquidare con la sua lotta tedeschi e fascisti di Sal, ma pure, conducendo la battaglia sino in fondo, gettare le basi per un futuro socialista. In questo senso?-?ci  indubbio?-?si batterono i comunisti e le brigate Garibaldi, e in questo senso?-?ci  altrettanto indubbio?-?il risultato fu deludente; e le ragioni di questo fallimento (se si vuole usare questo termine) sono ormai state persuasivamente chiarite dagli storici: la ineludibile situazione internazionale che in Italia favoriva largamente il moderatismo e avversava esplicitamente gli elementi rivoluzionari; la netta divergenza di comportamenti e di opinioni fra l'Italia centrosettentrionale e l'Italia da Roma in gi; l'enorme forza costituita dal conservatorismo della struttura amministrativa dello Stato. Quanto di unicamente rivoluzionario pot uscire dall'esperienza partigiana e resistenziale furono l'instaurazione della Repubblica e la dettatura di una Costituzione notevolmente avanzata (che non per nulla oggi si cerca di modificare).

42 Ma evidentemente non  a questo che Nick-Fenoglio allude sottolineando dolorosamente il proprio fallimento. Dopo una breve esperienza partigiana in un raggruppamento comunista della Brigata Garibaldi (capitano Zucca), lo scrittore si un alle Formazioni Autonome Militari di Enrico Martini Mauri e di Pietro Balbo, ed  comunque tra gli azzurri che operano sia il partigiano Johnny sia il partigiano Milton. La speranza e l'attesa rivoluzionarie non erano nelle sue prospettive 4 ; lo erano piuttosto l'ambizione a un profondo rinnovamento interiore e la conquista di un rigore etico che idealmente coincidesse con l'empito della rivoluzione puritana di Cromwell. La rivoluzione di Fenoglio, in altri termini, non fu intesa come rivoluzione politica ma come rivoluzione interiore e morale, e fu l'aspirazione a che questo entusiasmo rivoluzionario, attraverso la difficile e sovente quanto mai crudele esperienza partigiana, potesse diffondersi e attecchire nel popolo e, con tale pratica, trasformarlo o quanto meno aiutarlo a raggiungere, facendo leva sulle proprie doti naturali, livelli di pi alta civilt trasformando la brutale vigoria fisica in energia spirituale. Si direbbe anzi che, da questo punto di vista, l'ispirazione rusticana di Fenoglio?-?il suo naturalismo alla Verga?-?si fondi con quella partigiana essendo il partigiano Johnny o il partigiano Milton, pur a un livello notevolmente superiore, radicati nel mondo popolare e in quello dei suoi esponenti.  vero che essi rimangono tuttavia dei solitari Robin Hood; ma  proprio in questo che consiste il loro fallimento; onde in certo modo il fallimento di un romanzo come Il partigiano Johnny che, per le circostanze sopra accennate, non riesce a trasformarsi in un romanzo corale , rimanendo piuttosto allo stato di cronaca, per quanto altamente intonata e rivissuta sotto un punto di vista esclusivamente individuale 5 . La tragedia di Fenoglio?-?tragedia non soltanto umana e personale ma anche artistica e letteraria?-? pertanto esattamente quella di avere compreso che nulla del passato si  trasfuso nel presente e che il presente, dopo la pur eroica parentesi resistenziale, non ha in nulla mutato quel mondo contro il quale si era tanto accanitamente, e persino atrocemente combattuto. Hai visto, Nick, che i fascisti rialzano la testa? dice Jimmy al compagno, prima di lasciarlo.  da un po' risponde Nick. E l'altro: Ma ora pi che mai. A Roma specialmente, ma anche altrove. E Nick, conclusivamente: Non mi preoccupa. Nemmeno un po'. Il volto marmoreo di un'ostentata indifferenza non vuole soltanto nascondere un' angoscia lacerante. Vuole essere la risposta?-?e forse l'unica adeguata?-?a chi ha tradito la rivoluzione interiore di un'esperienza forse irripetibile per adagiarsi nelle comodit e negli agi che il presente  tornato a riproporre.

La Resistenza carnevalizzata?

43 Nell'intricato, discusso e certo problematico percorso compositivo dell'opera di Beppe Fenoglio, una delle prime cose dello scrittore piemontese sono I ventitre giorni della citt di Alba, il racconto che sar poi destinato a titolare il suo primo libro edito (1952). Orbene: ci che in esso colpisce?-?che colpisce ancor oggi e tanto pi dovette colpire i lettori del tempo?-? il tono di distacco critico-ironico, qualche volta persin beffardo, con il quale viene condotta l'intera, stringatissima narrazione. Di quell'episodio del tardo autunno del 1944, che nelle memorie del partigiano Mauri (Con la libert e per la libert, Torino 1947, pp. 151 sgg.) assume un ruolo di notevole epicit onde la stessa caduta di Alba dopo ventitr giorni di occupazione partigiana viene ampiamente giustificata, Fenoglio d invece un quadro, se non del tutto irridente, sicuramente diseroicizzato. Basterebbero le due righe d'attacco (Romanzi e racconti, cit., p. 7):

Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell'anno 1944.

44 Gi le due date, a bella posta fissate in questo incipit, hanno come un suono di beffa; ridicolizzano una conquista avvenuta per negoziato e una perdita subita per sostanziale inettitudine e, tra di esse, la breve storia di quella manciata di giorni nei quali i vincitori si precipitano nei bordelli e gli sconfitti, giunti al sicuro, sparano da lontano sulla citt delle mortaiate che riuscirono a dare in seguito un bel profitto ai conciatetti (e il nostro ricordo, naturalmente, va alle tegole del manzoniano Casale). E ancora:

I partigiani si cacciarono in porte e portoni, i borghesi ruzzolarono in cantina, un paio di squadre corse agli argini da dove apr un fuoco di mitraglia che ammazz una vacca al pascolo sull'altra riva e fece aria ai repubblicani che per marciaron via di miglior passo.

45 Il registro narrativo, come si vede, tende sempre pi al grottesco, sino a culminare, con la descrizione della solenne sfilata dei partigiani nel centro della citt conquistata:

Fu la pi selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce n'erano per cento carnevali. [...] Sfilarono i badogliani con sulle spalle il fazzoletto azzurro e i garibaldini col fazzoletto rosso e tutti, o quasi, portavano ricamato sul fazzoletto il nome di battaglia. La gente li leggeva come si leggono i numeri sulla schiena dei corridori ciclisti: lesse nomi romantici e formidabili, che andavano da Rolando a Dinamite.

46 E infine:

Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominci a mormorare: - Ahi, povera Italia!?-?perch queste ragazze avevano delle facce e un'andatura che i cittadini presero tutti a strizzar l'occhio. I comandanti, che su questo punto non si facevano illusioni, alla vigilia della calata avevano dato ordine che le partigiane restassero assolutamente sulle colline, ma quelle li avevano mandati a farsi fottere e s'erano scaraventate in citt.

47 La conquista d'Alba, o meglio, la discesa in Alba viene dunque dipinta come una sorta d'esplosione selvaggia; quasi la precaria occasione, afferrata al volo, dell'irruzione della vita che veniva finalmente a interrompere la tediosa esistenza di tanti mesi trascorsi nelle ristrettezze e nelle miserie della vita partigiana in collina. Ce lo suggerisce, se non altro, quello scaraventarsi delle partigiane in citt quasi riprendendo, emotivamente, quell'istinto animalesco che si impadron degli infelici manzoniani racchiusi nel lazzaretto quando, al disserrarsi delle sue porte, ne scapparon fuori con una gioia furibonda.

48 La Resistenza carnevalizzata?

49 Ecco il dubbio?-?dubbio politico?-?che non pot non affacciarsi, gi nel 1952, agli estimatori della lotta di liberazione nazionale o, pi in generale, a tutti coloro che temevano, come poi avvenne ed oggi  quanto mai in auge, la demistificazione o revisione dei valori resistenziali. Tanto pi che, in un altro racconto di questa stessa raccolta che Fenoglio avrebbe voluto intitolare Racconti della guerra civile?-?ossia la novella Un altro muro (pagine queste, diversamente dai Ventitre giorni, quanto mai dure e crudeli)?-?uno dei due prigionieri destinati all'inevitabile fucilazione grida all'altro (Romanzi e racconti, cit., p. 79): Tu te la senti di morire per l'idea? Io no. E poi che idea? Se tu ti cerchi dentro, tu te la trovi l'idea? Io no. E nemmeno tu. Sicch, in ultima analisi, ci si troverebbe di fronte non soltanto alla carnevalizzazione della Resistenza, ma persino alla negazione dei profondi ideali che, almeno in parte, indubitabilmente la sostennero.

50 L'impressione  fallace.

51 Oggi che dello scrittore piemontese, se non tutto, conosciamo parecchio e del quale, nonostante la permanenza di certi dubbi sulla sua composizione, possiamo leggere il vastissimo affresco (tra cronaca e romanzo) del Partigiano Johnny, relativamente ad Alba, la citt natale di Fenoglio, possiamo tranquillamente dire due cose: che emblematicamente essa si identifica nell'esistenza stessa dello scrittore (la citt dalla quale, si pu dire, quasi non si mosse) e, in secondo luogo e soprattutto, che la sua presenza nella vicenda resistenziale dall'inverno tra il 1943-44 e l'aprile del '45 costituisce la vera, autentica matrice di tutta la narrativa fenogliana. Non solo: ma che la sua effimera conquista da parte dei partigiani rossi ed azzurri nell'ottobre del 1944 e la sua crudele perdita il 2 novembre dello stesso anno, il giorno dei morti, possono quasi venire assunte a metafora della rivoluzione partigiana come rivoluzione mancata. Pensosamente e drammaticamente: la meditazione narrativa di Fenoglio?-?l'autore, come  stato giustamente sottolineato, di un unico libro?-?si volge costantemente su questo punto centrale dell'asse storico da lui vissuto, tragicamente sofferto e puntigliosamente e quasi ossessivamente esposto sulla pagina letteraria, anzitutto per se stesso prima ancora che per un eventuale pubblico.

52 I ventitre giorni della citt di Alba?-?gi vi abbiamo accennato?-?non era, nelle intenzioni del giovane Fenoglio, dell'esordiente Fenoglio, che uno dei non molti Racconti della guerra civile: pagine in ogni caso essenziali per secchezza e distacco critico, di una interpretazione della Resistenza; e poterono appunto dare, lette in s e per s, quell'impressione negativa della quale abbiamo detto. In altri termini: con esse, ellitticamente, lo scrittore troppo sottintendeva e sottotaceva. Che cosa in particolare? La dimensione umana, oltre che la decisione strategica, per la quale i comandanti partigiani ritennero necessario procedere a un'azione che non avrebbe avuto, per ragioni storiche obbiettive, serie possibilit di successo. Un atto inconsulto? Neppur questo: in quelle circostanze, in quelle precise contingenze, si rendeva quanto mai urgente passare all'attacco e, con la liberazione dai nazifascisti di una citt di notevoli dimensioni, dare in certo senso una lezione a Mussolini, ancorch dal valore meramente provvisorio. Un'impresa insomma disperata, inevitabile causa, in un futuro quanto mai imminente, di feroci e crudelissime rappresaglie e tale pertanto?-?a uno sguardo sereno e di autentica strategia militare?-?non soltanto da sconsigliarsi ma da proibirsi. Gi lo insegnava ai tempi di Roma antica Quinto Fabio Massimo, il Temporeggiatore.

53 Sennonch una cosa  la guerra e un altra  la guerriglia, le cui leggi non solo non coincidono ma divergono decisamente. La guerriglia esige tra l'altro ferocia, brutalit, dispregio delle convenzioni (lasciamo pur perdere i cosiddetti valori morali che la guerra stessa solitamente non rispetta). Si entra in un campo di assoluta eccezionalit, nel quale sono sia la fede dei combattenti sia il progetto che essi intendono realizzare pur attraverso mille atrocit, a giustificare le azioni compiute. E qui naturalmente si spalancano anche le divergenze tra coloro che questo progetto lo posseggono con chiarezza?-?le brigate Garibaldi?-?e coloro invece che rimangono per cos dire a mezza strada?-?gli azzurri badogliani. Donde le diffidenze, gli scontri, le ostilit all'interno dello stesso fronte partigiano. Riassumendo: azioni disperate destinate a produrre catastrofi sugli innocenti; trionfo ineludibile della violenza; perdita d'ogni senso del vivere civile; la parola data soltanto al frastuono micidiale delle armi e la vita, per cos dire, sospesa. Ecco il clima?-?l'orribile clima?-?che funge da sfondo al racconto d'esordio fenogliano e che poi, nel Partigiano Johnny (oltre che nell'ottavo capitolo di quel romanzo interrotto che va sotto il nome de L'imboscata), esploder con chiarezza e naturalmente in una tonalit tutt'altro che ironica e beffarda: in stile tragico piuttosto, rovente e nudamerte epico. E basti qui dire che le poche paginette dei Ventitre giorni divengono, nel grande affresco romanzesco rimasto imperfetto, quattro robusti capitoli destinati ad aprire, come sembra, la sua seconda parte (La citt).

54 Ed  in essi, se non sbaglio, che comincia a verificarsi la trasformazione del partigiano Johnny nel partigiano Milton. In altri termini: il silenzioso e quanto mai riservato?-?ma non per questo meno significativo?-?riconoscimento delle pi profonde ragioni che, rispetto ai badogliani, animavano i combattenti dal fazzoletto rosso: ragioni non solo politiche ma morali. Nel primo di questi capitoli un partigiano che milita, ancorch non comunista, tra le brigate comuniste, dice: Guarda i miei compagni. Sono quindici, e posso dire che sono la crema della nostra brigata. Ebbene, uno solo  comunista, quello tarchiato, con le lentiggini e gli occhiali. Ed io sono il meno comunista dei quattordici non comunisti. Eppure son pronto a mangiare il cuore a chi facesse appena un risolino alla mia stella rossa. Passaggio indubitabilmente significativo se, nell'Imboscata (decimo capitolo), esso viene ripreso cos (Romanzi e racconti, pp. 653 e 936):

...mentre mangiavamo [Oscar e suo cugino] ci siamo raccontati come ce la passavamo, io nei badogliani e lui nella Stella Rossa. A un certo punto gli ho domandato se era comunista o se stava per diventarlo e mio cugino Alfredo mi ha risposto testuali parole.

- Dimmelo che m'interessa.

- Testuali parole,?-?disse Oscar.?-?Non sono comunista e nemmeno lo diventer. Ma se qualcuno, fossi anche tu, si azzardasse a ridere della mia stella rossa, io gli mangio il cuore crudo.

55 Non a caso d'altra parte, quello stesso Fenoglio che il 2 giugno del 1946 vot per il mantenimento della monarchia, venne col tempo sempre pi ricredendosi sul suo giudizio sui rossi come incomprensibile sottoprodotto della guerriglia partigiana; e non a caso ancora, nel tardo racconto col quale abbiamo iniziato queste brevi pagine fenogliane, Jimmy chiede a Nick: Fai politica Nick? E Nick: Voto e basta. E alla domanda pi circostanziata: Per chi voti?, la risposta  secca: Nenni. Non solo: ma senza chiederglielo intuisce che colui che dell'antica esperienza di partigiano non ha serbato che il nome?-?l'ormai vuoto nome di Jimmy?-?si  ormai schierato sul fronte dei benpensanti e dei moderati.Come lo sai? gli chiede il vecchio amico, stupefatto. Occhio risponde semplicemente Nick. Ma noi lo sentiamo sottintendere: la nostra fu davvero una rivoluzione mancata.

Johnny: il partigiano che sa dire di no

56 Se non si comprende questo stato d'animo?-?o meglio: questa fonte ispirativa?-? inutile leggere e discutere di Fenoglio. Per quanto lo stato delle sue carte?-?oggetto di infinite discussioni?-?possa apparire malcerto quanto a successione cronologica, abbandoni e riprese di temi, stesure e riscritture, progetti iniziati e lasciati quindi cadere; per quanto cio, prendendo in mano i suoi libri, si abbia sempre la consapevolezza di muoversi su un terreno tutt'altro che certo e consolidato, complice in questo, bisogna pur dirlo, le diffidenze, le incertezze o se si vuole gli stessi capricci degli editori; una cosa sembra certa: la precisa volont dello scrittore di rievocare sulla pagina alcuni anni della storia italiana?-?quelli appunto della Resistenza?-?particolarmente importanti se non addirittura decisivi per il futuro della nazione. La guerra partigiana di Fenoglio, in altre parole,  stata la guerra in cui una popolazione aveva finalmente cominciato a prendere coscienza di se stessa: delle sue condizioni, della sua secolare miseria ma anche del suo desiderio di redenzione. Solo che questa guerra o guerriglia fu troppo breve o troppo presto strozzata; solo che le generali condizioni storiche e internazionali si incaricarono di annullarne le sottese rivendicazioni morali; solo che non venne concesso il tempo a che i combattenti potessero prendere piena e completa coscienza del loro agire, del loro combattere come del loro morire. Si prenda questo passo del Partigiano Johnny (parte seconda, capitolo 23, terzo de La Citt, in Romanzi e racconti, p. 680):

Pierre and a radersi e Johnny e le guardie aspettarono, in silenzio, guardando, con blasfeme pupille, al cielo che rinforzava la pioggia. Fare il partigiano era tutto qui: sedere, per lo pi su terra o pietra, fumare (ad averne), poi vedere uno o pi fascisti, alzarsi senza spazzolarsi il dietro, e muovere a uccidere o essere uccisi, a infliggere o ricevere una tomba mezzostimata, mezzoamata.

57 Ebbene: si dovr riconoscere che  molto difficile trovare un altro scrittore con tanta incisiva capacit di esprimere un dolore causato dall'impossibilit di realizzare i propri sognati ideali e la propria purezza interiore in formazione.

58 All'opposto invece e come in opposizione, il quadro amaro e purtroppo reale di sofferenze anonime, plebee, nel fango della terra, verminose. Poche pagine pi in l, sempre nel Partigiano Johnny e quarto capitolo della Citt, leggiamo infatti (p. 701):

Un ragazzo sulla destra richiam l'attenzione di Johnny; pacatamente, educatamente, poi gli mostr una ferita al braccio sinistro; con molta calma, quasi con gratitudine. Johnny gli accenn indietro con la testa e quello usc dal canale, strisciava carponi nel fango verso gli argini, l si sarebbe alzato e camminato comodo fino al cimitero [ov'era allestito un precario ospedale da campo].

I fascisti ricominciarono con tutte le armi e sotto quella radente, scottante tettoia di fuoco un altro ragazzo casc seduto nel fango, e forse sulle sue stesse feci, dando la schiena al ciglione, ai fascisti, per panico tremando e balbettando epiletticamente. Johnny lo scosse, i vicini lo scrollarono, gli ordinarono di uscire e seguire carponi il ferito, ma non si muoveva pi, non roteava le pupille n emetteva suono, tutti i suoi centri bloccati dal terrore. Johnny e un altro lo afferrarono per la sua lurida stoffa e lo scaricarono nel campo dietro e gli urlarono di andarsene strisciando. Ma l ristette, come una lucertola trafitta, poi si riprese alquanto e cominci a nuotar via, millimetricamente, nel fango.

59 Una rivoluzione mancata, oltre che sul piano politico, essenzialmente su quello dei grandi valori morali, della rigenerazione interiore di un popolo, di una nazione. Prendiamo la seconda parte del Partigiano Johnny, racconto che, dopo la caduta di Alba nelle mani nazifasciste il 2 novembre del 1944, copre i drammatici mesi dell'inverno di quell'anno fino alla primavera del '45 e alla finale Liberazione. In una lettera a Livio Garzanti del 12 settembre 1958 lo stesso Fenoglio la tratteggiava cos (cfr. Lettere, cit., p. 95):

Disfatta partigiana nella Citt e rotta sulle colline.?-?Incontrastato dominio delle forze nazifasciste e sbandamento totale dei partigiani (messaggio del generale Alexander).?-?Il tragico inverno 1944-45.?-?Rimbandamento dei partigiani e ripresa in contatto bellico coi fascisti.?-?Alla vigilia dell'arrivo della missione inglese, per la quale Johnny  designato ufficiale di collegamento, Johnny cade nello scontro di Valdivilla (tardo febbraio 1945)?-?Valdivilla  l'ultima sconfitta partigiana, l'ultima vittoria fascista.

60 Ebbene: tralasciamo qui pure le grandi pagine (Preinverno 1-6, capitoli 25-30) nelle quali Johnny e i pochissimi compagni riescono a scampare alla feroce rappresaglia dei rastrellamenti tedeschi e fascisti seguiti alla loro riconquista di Alba?-?pagine (credo) che potrebbero stare alla pari con le celeberrime con le quali l'antico storiografo greco volle narrarci la ritirata dei diecimila dopo la grande battaglia di Cunassa; tralasciamo anche i tanti drammatici episodi che, nel pieno inverno, conducono il protagonista Johnny a una solitudine pressoch disperata?-?e una solitudine, tuttavia, che non gli impedisce, da vero isolato Robin Hood, di tentare la cattura di un fascista per riscattare l'amico Ettore caduto nelle mani della repubblica; tralasciamo infine sia le vicende che sempre pi si ispirano all'imperiosa necessit di liquidare una persona a sangue freddo (l'uccisione della spia che fingeva di comprare pellame) o che toccano le corde della franca e commossa solidariet contadina per quegli infelici patrioti che sembrano cadere, uno dopo l'altro, come passeri dal ramo?-?pagine quest'ultime attraverso le quali si potrebbe agevolmente dimostrare come l'ispirazione rusticana di Fenoglio?-?il suo ritorno a Verga?-?faccia veramente tutt'uno con la sua ispirazione partigiana e resistenziale. Veniamo piuttosto alla fine di quel terzultimo capitolo (il numero 37, Inverno 7) nel quale il partigiano Johnny trova momentaneo sollievo ed aiuto nella casa di un mugnaio. Quest'ultimo, persona semplice e di cuore e che, oltretutto, com'egli stesso dice di s con ingenuo orgoglio, ha sempre cercato, con almeno la lettura dei giornali, di ricavare idee sugli uomini e sui fatti e sul mondo, rivolge un caloroso invito al sopravvissuto Johnny, l'ultimo passero che sta per cadere, a trovarsi un qualche sicuro rifugio e a rifarsi vivo a guerra terminata. La sua parte, ormai, l'aveva compiuta. E precisa (Romanzi e racconti, pp. 843-5):

Stanno facendovi cascare come passeri dal ramo. E tu, Johnny, sei l'ultimo passero su questi nostri rami, non  vero? Tu stesso ammetti d'aver avuto fortuna sino ad oggi, ma la fortuna si consuma, e sar certamente consumata avanti il 31 gennaio [il giorno nel quale, con l'aiuto inglese, sarebbe cominciata la finale, controffensiva partigiana]. Perch dunque stare ancora in giro, in divisa e con le armi, digiunando e battendo i denti? Sembrerebbe che tu lo voglia, che tu ti ci prepari a quel loro colpo di caccia.?-?Giunse compostamente le sue mani.?-?Da' retta a me, Johnny. La tua parte l'hai fatta e la tua coscienza  senz'altro a posto. Dunque smetti tutto e scendi in pianura. Non per consegnarti, Dio vieti, e poi  troppo tardi. Ma scendi e un ragazzo come te avr certamente parenti e amici che lo nascondano. Un nascondiglio dove stare fino a guerra finita.

61 Non sembrano parole ragionevoli, consigli assennati e dettati, oltre che da un sentimento di amichevole protezione, dal comune buon senso in relazione alla stessa prevedibile situazione politica? Precisa infatti il consigliere:

Gli alleati sono fermi in Toscana, con la neve al ginocchio, e questa situazione permette ai fascisti di farvi cascar tutti come passeri dal ramo, come ho detto prima. Al disgelo gli Alleati si muoveranno e allora daranno il gran colpo, quello buono. E vinceranno senza voi. Non ti offendere, ma voi partigiani siete di gran lunga la parte meno importante in tutto il gioco, converrai con me. E allora perch crepare in attesa di una vittoria che verr lo stesso, senza e all'infuori di voi? [il corsivo  mio].

62 Siamo finalmente giunti al punto nodale ed esso viene espresso?-?si badi bene?-?da un amico dei patrioti partigiani, da un uomo di campagna appena appena dirozzato ma che comunque ambisce ad aver qualche idea su come vanno le cose degli uomini e del mondo. Non comunque da un avversario. La saggezza del pensare con i piedi per terra. E vinceranno senza di voi?-?Non ti offendere: ma cosa infine siete voi partigiani? E la conclusione: Perch allora crepare in attesa di una soluzione gi data e che si compir anche senza la vostra partecipazione?

63 Ed invece, dal punto di vista di Fenoglio, questi passaggi, in apparenza tanto semplici e quasi elementari, cos pieni di buon senso e di normalit, non possono che apparire quanto mai terribili, forse i pi terribili possibili. Cancellano la Resistenza; la riducono a una vicenda di teste calde; la sopprimono in tutte le sue ideali motivazioni; finiscono persino per esecrarla nelle tante atrocit che in suo nome sono state commesse e la degradano a un imbecille quanto infantile e cruento gioco di ragazzacci. Non viene neppure in mente al mugnaio?-?rappresentante qui della voce del moderatismo italiano (per quanto inconsapevole essa possa essere)?-?che nella lotta partigiana era in gioco la dignit di tutta una popolazione che nella sua ribellione poteva rigenerarsi e costruire una societ a dimensioni pi giuste ed umane; non gli viene neppure in mente che nella vita di una nazione potevano verificarsi degli avvenimenti che, grazie a un sacrificio continuato, avrebbero potuto produrre dei mutamenti collettivi altamente significativi; non pensa un menomo istante?-?ed  pure la questione veramente essenziale?-?che la nuova Italia poteva essere una cosa quando si fosse riconosciuto il contributo fondamentale del patriottismo partigiano ed un'altra quando tale contributo fosse stato negato; non riflette da ultimo, questo moderato e assennato mugnaio, che il cedere proprio in questo momento, restando in attesa dell'aiuto o della forza di terzi, era un farsi complice, nonostante tutte le giustificazioni possibili, dell'oppressione nazifascista.

64 Ma se questo non comprende il mugnaio?-?qui pi che mai espressione della normalit e del buon senso dell'Italia quale di l a poco sarebbe divenuta?-?questo comprende perfettamente Johnny. Ringraziando con un sorriso per l'ospitalit ricevuta e andando inevitabilmente verso la morte, alle nuove insistenze di una risposta, la mano gi posta sul catenaccio, egli proferisce queste semplici, dolorosamente serene ma autenticamente veritiere parole: Mi sono impegnato a dir di no fino in fondo e questo sarebbe una maniera di dir s.?-?No che non lo !?-?grid il mugnaio.?-?Lo , lo  una maniera di dir di s.

65 E la morte del partigiano Johnny?-?di questo Johnny che sempre pi si avvia a divenire il partigiano Milton?-?sigilla ineluttabilmente l'eroico sforzo compiuto per realizzare una rivoluzione, anche morale, che le preponderanti e tradizionali forze della normalit e del quieto vivere sono riuscite in gran parte ad annullare. Il risorto partigiano di Cromwell doveva per forza scomparire prima di dover riconoscere de visu, come Nick, il fallimento dei propri ideali.

Gli orrori della Storia: detestari o intelligere? Primo Levi

66 La storia?-?scriveva Engels a Nikolaj Francevic Daniel'son il 24 febbraio del 1893?-? probabilmente la pi crudele di tutte le divinit. Essa conduce il suo carro trionfale su cumuli di cadaveri, e non soltanto in guerra ma anche durante il pacifico' sviluppo economico. E noi, uomini e donne, siamo purtroppo cos sciocchi da non aver mai il coraggio di introdurre un progresso reale se non vi siamo spinti da sofferenze che ci sembrano quasi insopportabili. D'altra parte il famoso gesto di sfida di Ivan Karamazov altro non  che un eroico errore. In nessun momento ci viene offerto un biglietto di entrata con la facolt di accettarlo o di rifiutarlo. Siamo nati nella societ; siamo nati nelle storia.

67 La peste che il tribunale della sanit...: l'incipit del primo dei due capitoli?-?il trentunesimo dei Promessi sposi?-?dedicati alla cronaca della peste nel milanese, anzi in Milano,  quello di uno storico. Tono misurato, grave, quasi distaccato: proprio di chi, su questo evento tragicamente memorabile, vuole mettere un po' d'ordine nella congerie non raramente contraddittoria dei documenti, delle testimonianze e dei resoconti. Siamo nell'autunno del 1629. Dopo il passaggio delle truppe alemanne lungo il territorio del ducato, ecco i primi segni del contagio: ancora lontani da Milano per il momento, ma indubitabili. Se ne fa avvertito il governatore generale ma costui, alle prese con l'assedio di Casale, decide che i pensieri della guerra risultano pi pressanti: sed belli graviores esse curas.  il primo accenno del passaggio da una ispirazione memorialistica ad una critica, dalla descrizione di un evento alla sua trasposizione a saggio della storia dello spirito umano, la vera intenzione di Manzoni. Il disinteresse di Ambrogio Spinola per la situazione della popolazione datagli in governo, o piuttosto in bala, viene immediatamente censurato come dato caratteristico della presunzione, dell'arroganza e della colpevole stupidit dei militari. N manca, netta ed esplicita, la condanna della storiografia nelle sue tendenze apologetiche nei confronti della cosiddetta gloria militare, tendenze non meno irresponsabili delle azioni che intende celebrare:

La storia ha deplorata la sua sorte, e biasimata l'altrui sconoscenza; ha descritte con molta diligenza le sue imprese militari e politiche, lodata la sua previdenza, l'attivit, la costanza: poteva anche cercare cos'abbia fatto di tutte queste qualit quando la peste minacciava, invadeva una popolazione datagli in cura, o piuttosto in bala (Promessi sposi, 31, 18).

68 E poco dopo:

Tanto importava il prender Casale! Tanto par bella la lode del vincere, indipendentemente dalla cagione, dallo scopo per cui si combatte (Promessi sposi, 32, 33).

69 Via via che la pestilenza avanza, che il male si diffonde e le morti aumentano, ecco comunque Manzoni porre in rilievo il progressivo affiorare nella coscienza collettiva di un complesso di secolari pregiudizi tanto pi pericolosi e funesti quanto pi ostili e pervicaci, vale a dire l'assurda negazione della verit, la ragione truffata con il miserabile aiuto della parola, il trionfo dell'autoinganno: un crescendo insomma di prevenzioni, di miseria spirituale e di politica cos dissennata da far crescere, anzich lenire, l'oggettiva calamit. E nel pieno di questa folla, giuste le osservazioni gi avanzate nell'Introduzione al romanzo (cos ne' pubblici infortuni [...] si vede sempre un aumento, una sublimazione di virt), ecco campeggiare l'esempio luminoso del padre Felice Casati, rinvigorito dalla testimonianza del Tadino.

70 Ma accanto a queste sublimazioni di virt non manca affatto, ed  anzi ben pi generale, la perversit. Quando infatti la realt oggettiva delle cose non pu pi essere nascosta, accade che l'inconscio collettivo, favorito dall'irresponsabilit dei politici, si scateni nella crudelt cieca e perversa: la vendetta sull'innocente.  il momento del delirio, dell'auto-distruzione della ragione. Ma  anche un momento della storia, dello spirito umano che, per essere storia della sua miseria e della sua irriflessione,  anche storia che comporta riflessione sulla miseria e sulla irriflessione dell'uomo. Qui sono le unzioni e gli untori; altra volta furono le streghe e i processi per stregoneria; in futuro questo delirio e questa follia prenderanno altre e ancor pi orribili forme. Sempre, pare avvertire Manzoni, la verit e la ragione saranno insidiate e poste in pericolo dalla congiura, oltre che della beluinit, dell'ignoranza e della logica delle passioni, da quella della violenza del potere che sull'istintiva bestialit umana fa leva per proteggere, con i profitti, i propri privilegi.

71 Dal trentunesimo al trentaduesimo capitolo dei Promessi sposi  in ogni caso un crescendo ininterrotto nel quale la rappresentazione potente del dolore e della sofferenza nasce dalla critica inflessibile delle responsabilit collettive della societ, del suo modo d'essere e di essere governata, del suo modo di pensare e del suo avere trasformato in furore presunte certezze. Qui si legge, ad un tempo, l'atto di accusa pi forte contro l'oppressione e il dispotismo delle idee dominanti e la difesa, ad un tempo, della tolleranza e della ragione. Perch se il delirio delle unzioni nasceva dal povero senno dell'uomo che cozzava contro i fantasmi da lui stesso creati,  pur vero che il buon senso c'era, anche se era costretto a starsene nascosto per timore del senso comune.

72 Il senso comune, vale a dire l'egemonia del pregiudizio, del fanatismo, della corruzione del pensiero verace, franco e ragionevole: ecco l'obbiettivo polemico di Manzoni, il monstrum da battere e contro il quale senza sosta combattere mentre, per converso, nella difesa del buon senso, ecco la difesa e la celebrazione della tolleranza e del retto, ragionevole pensare. Non per nulla le ultime pagine del trentaduesimo capitolo del grande romanzo danno prepotentemente la mano a quelle della Colonna infame, pagine nelle quali, opponendosi alla fatalistica interpretazione di Pietro Verri, lo scrittore conclude il suo discorso in difesa della dignit e dell'autonomia della coscienza non corrotta dalla colpa: Ma quando, nel guardar pi attentamente a que' fatti [i processi agli untori], ci si scopre un'ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano, un trasgredir le regole ammesse anche da loro, dell'azioni opposte ai lumi che non solo c'erano al loro tempo ma che essi medesimi, in circostanze simili, mostrarono d'avere,  un sollievo il pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell'ignoranza che l'uomo assume e perde a suo piacere, e non  una scusa ma una colpa; e che di tali fatti si pu bens essere forzatamente vittime, ma non autori (Storia della colonna infame, Introduzione). Mentre cos la storia, quella stessa dei suoi eventi pi assurdi e deliranti, viene interpretata come il risultato di un complesso di vicende e di volont singole e collettive poste tutte in strettissima relazione, viene al contempo fatta salva la capacit critica dell'individuo, dell'uomo che, ancor forte della propria coscienza e della propria ragione, potr essere s forzatamente vittima di un eccidio, non mai autore.

73 Abbiamo creduto opportuno, qui in conclusione, evocare di nuovo la riflessione manzoniana per riproporre l'argomento gi accennato discutendo della Morante, ossia tanto un fatto storico che si colloca fra i pi repugnanti tra quelli occorsi nel secolo appena trascorso (e repugnanti non dico alla ragione ma persino a chi possegga un minimo senso di umanit)?-?l'orrore dei Lager tedeschi -, quanto la figura dello scrittore che, qui da noi, ha voluto e saputo, come  stato detto 6 , rendere l'inumano con parole umane, riportare il regno della morte nelle dimensioni consuete agli uomini che dimorano nelle case, ossia con la pacatezza, per quanto piena di sofferenza essa possa essere, di chi scrive non per odio o vendetta o per qualsiasi altro disumano sentimento, ma per indagare, capire e comunicare; per intelligere ci che a prima vista parrebbe assolutamente inintelligibile e da catalogarsi, pertanto, sotto l'infernale etichetta del diabolico e del satanico: Primo Levi.

74 Che le atrocit dei Lager e la disumana ferocia di questo universo concentrazionario non siano stati il prodotto di una personalit o di una singola follia, e neppure il risultato (per quanto aberrante) di un'aberrante ideologia, ma il quasi inevitabile frutto di un distorto sviluppo storico della Germania nel suo processo di formazione unitaria (non diversamente del resto da quello italiano, onde fu proprio in questi due paesi che pot allignare il fascismo) sono cose che, per quanto oggi si tenti di occultare e di confondere invocando il semplicistico concetto di totalitarismo, gli storici pi avveduti ben conoscono e che comunque conosce Primo Levi il quale, proprio nella Prefazione al suo primo libro (del 1947) Se questo  un uomo, scrive a pagina 3 (citiamo da Primo Levi, Opere, prefazione di C. Cases, vol. I, Torino, Einaudi, 1993):

A molti, individui o popoli, pu accadere di ritenere, pi o meno consapevolmente, che ogni straniero  nemico. Per lo pi questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso  il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza.

75 Come si  prodotta questa concezione del mondo portata poi, con logica inesorabile, fino alle sue estreme conseguenze? Scrive ancora Levi in quel suo I sommersi e i salvati del 1986 che rappresenta senza alcun dubbio la summa delle riflessioni dell'autore su questo sconcertante fenomeno (cit., p. 736):

Non c' dubbio che il disegno fondamentale del nazionalsocialismo aveva una sua razionalit: la spinta verso Oriente (vecchio sogno tedesco), la soffocazione del movimento operaio, l'egemonia sull'Europa continentale, l'annientamento del bolscevismo e del giudaismo, che Hitler semplicisticamente identificava fra loro, la spartizione del potere con Inghilterra e Stati Uniti, l'apoteosi della razza germanica con l'eliminazione spartana dei malati mentali e delle bocche inutili: tutti questi elementi erano fra loro compatibili e deducibili da alcuni pochi postulati gi esposti, con innegabile chiarezza, nel Mein Kampf. Arroganza e radicalismo, hybris e Grndlichkeit; logica insolente, non follia.

76 Ha scritto Lukcs 7 : Si sottovaluta l'importanza storica del destino tedesco se, nel giudizio su Hitler, si pone l'accento esclusivamente sul suo basso livello intellettuale e morale.  vero che tale giudizio  in se stesso giusto. Ma l'abbassamento del livello  del pari determinato dalla necessit storica. Da Schelling e da Schopenhauer, attraverso Nietzsche, Dilthey, Spengler ecc., una via discende ripidamente fino a Hitler e Rosenberg. Ma proprio la ripidezza di questa via esprime in modo adeguato l'essenza, la necessit di sviluppo dell'irrazionalismo. Primo Levi, nella sua incoercibile necessit di narrare i patimenti suoi e dei compagni come per una redenzione ancor prima umana che artistica, ne era perfettamente consapevole.

77  probabilmente negli otto capitoli dell'appena menzionato I sommersi e i salvati che culminano, in una prosa il pi possibile disadorna, chiarificatrice e ci nonostante quanto mai ricca di pathos e di drammatici interrogativi, le riflessioni che, quarant'anni dopo la tragica discesa nell'inferno del Lager, Primo Levi ha di nuovo inteso portare su quell'atroce e compiutamente disumana esperienza ritratta in Se questo  un uomo. Non  qui possibile esaminarli tutti, come pure converrebbe; ci limiteremo pertanto ad alcuni momenti essenziali. Anzitutto il quinto capitolo intitolato Violenza inutile (cit., pp. 735-53).

78 Qui violenza, dato lo sporco, disumano contesto, significa una sola cosa: creare in ogni modo il dolore, la sofferenza, lo spasimo prolungato. Dopo avere ridescritto alcuni dei fenomeni pi salienti, dalla pratica di stipare i detenuti in convogli e in trasporti che gi di per s erano dei veri e propri viaggi della morte alle intollerabili costrizioni alla nudit, dall'obbligare il prigioniero a lappare la zuppa quotidiana come un cane all'assurdo e sprezzante rito del rifare il letto onde, a operazione ultimata, il giaciglio doveva presentarsi come un parallelepipedo rettangolo a facce ben piane cui era sovrapposto il parallelepipedo pi piccolo del cuscino, Primo Levi, cui pur ripugna distinguere tra violenza utile e violenza inutile, deve pur constatare ed ammettere, assumendo per un momento una logica non sua, che tutto questo non era inutile, cos come, per gli oppressori, non fu inutile costringere le loro vittime alla fame, alla sete, al lavoro estenuante e, da ultimo, al gas dei forni crematori. Tutte queste sofferenze?-?egli dunque scrive (p. 744)?-?erano lo svolgimento di un tema, quello del presunto diritto del popolo superiore di asservire o eliminare il popolo inferiore e, poco dopo e a proposito degli stessi aguzzini (p. 750): Le SS dei Lager erano piuttosto bruti ottusi che demoni sottili. Erano stati educati alla violenza: la violenza correva nelle loro vene; era normale, ovvia. Trapelava dai loro visi, dai loro gesti, dal loro linguaggio. Umiliare, far soffrire il nemico', era il loro ufficio di ogni giorno. Non ci ragionavano sopra, non avevano secondi fini: il fine era quello. E continuando e precisando (ivi):

Non intendo dire che fossero fatti di una sostanza umana perversa, diversa dalla nostra (i sadici, gli psicopatici c'erano anche fra loro, ma erano pochi): erano stati semplicemente sottoposti per qualche anno ad una scuola in cui la morale corrente era stata capovolta. In un regime totalitario l'educazione, la propaganda e l'informazione non incontrano ostacoli: hanno un potere illimitato.

79 Dunque una giustificazione? Assolutamente no.

80 Primo Levi, com'egli stesso ebbe a precisare gi nel suo primo libro e come sovente torna a ripetere (per esempio nel capitolo che qui subito segue e che s'intitola L'intellettuale ad Auschwitz) non era e non fu un perdonatore (p. 762). Ma se non ebbe tendenza e disposizione a perdonare non ne ebbe neppure a restituire emotivamente il colpo. Non l'odio o la vendetta erano le sue qualit ma, come gi del resto abbiamo detto, la propensione a comprendere, a intelligere e, ci pertanto, a interpretare la storia in quanto sapeva, illuministicamente e razionalmente, che la storia, ove lo storico s'impadronisca dei fatti che ha deciso di cercare,  essenzialmente interpretazione. La quale, naturalmente, sar tanto pi ardua e tanto pi difficile quanto pi le vengano presentati fatti e vicende clamorosamente sconfinanti nell'assurdo, nell'irrazionale e nell'inumano; sennonch, proprio l'essere sempre stato fedele e coerente in questo suo proposito?-?onde ad esempio il nostro scrittore  pure uno dei pochissimi che sa distinguere con chiarezza tra Lager e Gulag (questo fenomeno di cui il socialismo, come Levi stesso ebbe ad esprimersi, non aveva assolutamente bisogno)?-? non solo il suo grande merito ma l'indizio chiaro della sua precisa volont di uscire dal regno delle tenebre per ritornare nell'ambito della vita normale.

81 Il rilievo, in ogni caso, che anche le peggiori SS dei Lager non fossero dei sadici e degli psicopatici, dei demoni sottili s piuttosto dei bruti ottusi, vittime anch'esse dell'educazione hitleriana,  un rilievo non soltanto coraggioso, ma illuminante dei fondamenti di siffatta educazione. Non  qui il caso di soffermarsi sull'argomento; baster in proposito ricordare come lo stesso Hitler, in uno dei suoi colloqui riservati con Hermann Rauschning, ebbe a replicare alle riserve di quest'ultimo circa gli eccessivi maltrattamenti inflitti nei campi di concentramento. Ebbe infatti a dire 8 :

La brutalit viene rispettata. [...] L'uomo semplice della strada non rispetta nient'altro che la forza brutale e la mancanza di coscienza. [...] Il popolo ha bisogno di essere tenuto in una salutare paura. Esso desidera temere qualcosa. [...] Perch ciarlare di brutalit e indignarsi per le torture? Le masse lo desiderano. Esse desiderano qualcosa che dia loro il brivido del terrore.

82 Ecco dunque a che educava la democrazia germanica hitleriana: alla formazione di un'odiosa gena di uomini estremamente servili verso i superiori ma estremamente crudeli e tirannici verso gli inferiori?-?un prodotto, a dir vero, gi della vecchia Germania prussiana e guglielmina, ma che ora diviene un prodotto consapevole dell'educazione fascista. Sono tutte cose, comunque, che se anche Levi non dice esplicitamente, le sottintende o ad esse rinvia. Ma c' di pi.

83 Come l'idea della razza fu consustanziale con la Weltanschauung nazionalsocialista?-?cosa che Levi non fa che sottolineare e ripetere?-?cos la barbarie ne fu un atteggiamento di principio. A questo proposito, al tempo dei conflitti coi tedesco-nazionali di Hugenberg, Hitler si espresse con Rauschning in questi termini (cit., p. 86):

Costoro mi considerano un barbaro e un primitivo [...] S, noi siamo dei barbari. Vogliamo essere dei barbari.  un epiteto onorevole. Noi ringiovaniremo il mondo [secondo un pensiero gi espresso da Nietzsche].

84 Come si sia presentato questo ringiovanimento, che Levi non fa che rappresentare, patire e analizzare, lo hanno mostrato gli orrendi misfatti degli eserciti hitleriani su tutti i campi e in tutte le parti d'Europa.

Epilogo: De impia ignorantia

85 C' qualcosa che comunque Levi non perdona e che non pu perdonare al popolo tedesco: il fatto che esso non sapesse non perch effettivamente non sapesse (anche se ci, almeno in parte, era vero), ma perch non volle sapere: anzi, perch volle non sapere.

86 Chi abbia letto l'ultimo libro dello scrittore torinese pubblicato a un anno dalla sua morte, ossia quei Sommersi e salvati di cui stiamo ora parlando, sa perfettamente che uno dei suoi capitoli, l'ottavo e ultimo,  tutto dedicato a un colloquio, privato ma insieme pubblico, corretto ma insieme fortemente polemico, dell'autore di Se questo  un uomo con i tedeschi di quella Germania superdemocratica di Bonn (cit., p. 794) che tuttavia (indizio ben rivelatore!) considerava persona non grata chi avesse disertato, per ragioni insieme umane e politiche, dall'esercito nazista.

87 Naturalmente Levi riconosce che il metodo hitleriano di mantenere rigorosamente segreti i particolari del suo sistema terroristico facendo piuttosto trapelare, in un'angoscia indeterminata e per ci stesso tanto pi profonda, l'esistenza di tale sistema, fece s che perfino molti funzionari della Gestapo ignorassero cosa realmente avveniva all'interno dei Lager: come dunque?-?tale realt?-?poteva essere conosciuta dal popolo tedesco?

88 Eppure i modi per venire informati delle infamie del nazismo non mancavano: la conclamata ed esplicita barbarie antisemitica; i possibili contatti con prigionieri che lavoravano all'esterno dei campi; le informazioni delle radio straniere; le prigioni stracolme di detenuti e, soprattutto, i rapporti d'affari che il mondo industriale tedesco manteneva con gli alti ambienti delle SS sia per approvvigionarsi di lavoratori-schiavi sia per le forniture del materiale necessario a far funzionare nel modo pi preciso la carneficina in atto. E qui l'analisi di Levi si fa impietosa (cit., p. 657):

L'ignoranza voluta e la paura hanno fatto tacere anche molti potenziali testimoni civili [...] Specialmente negli ultimi anni di guerra i Lager costituivano un sistema esteso, complesso e profondamente compenetrato con la vita quotidiana del paese; si  parlato con ragione di univers concentrationnaire, ma non era un universo chiuso. Societ industriali grandi e piccole, aziende agricole, fabbriche di armamenti traevano profitto dalla mano d'opera pressoch gratuita fornita dai campi. Alcune sfruttavano i prigionieri senza piet accettando il principio disumano (e anche stupido) delle SS, secondo cui un prigioniero ne valeva un altro, e se moriva di fatica poteva essere immediatamente sostituito; altre, poche, cercavano cautamente di alleviarne le pene. Altre industrie, o magari le stesse, ricavavano profitti dalle forniture ai Lager medesimi: legname, materiali per costruzione, il tessuto per l'uniforme a righe dei prigionieri, i vegetali essicati per la zuppa, eccetera. Gli stessi forni crematori multipli erano stati progettati, costruiti, montati e collaudati da una ditta tedesca, la Topf di Wiesbaden (era tuttora attiva fin verso il 1975: costruiva crematori per uso civile e non aveva ritenuto opportuno apportare mutamenti alla sua ragione sociale).  difficile pensare che il personale di queste imprese non si rendesse conto del significato espresso dalla qualit o dalla quantit delle merci e degli impianti che venivano commissionati dai comandi SS. Lo stesso discorso si pu fare, ed  stato fatto, per quanto riguarda la fornitura del veleno che fu impiegato nelle camere a gas di Auschwitz: il prodotto, sostanzialmente acido cianidrico, era usato gi da molti anni per la disinfestazione delle stive, ma il brusco aumento delle ordinazioni a partire dal 1942 non poteva passare inosservato. Doveva far nascere dubbi, e certamente li fece nascere, ma essi furono soffocati dalla paura, dal desiderio di guadagno, dalla cecit e stupidit volontaria e in alcuni casi (probabilmente pochi) dalla fanatica obbedienza nazista.

89 Colpisce indubitabilmente la conclusione: pi ancora della paura o della cieca obbedienza al fanatismo hitleriano, il desiderio del guadagno, l'opportunit del fare affari approfittando della rinata barbarie schiavistica assurta, nei fatti, a condivisa ideologia. L'illimitata dittatura del Fhrer significava anche, per mezzo suo, la violenza della parte pi reazionaria e aggressiva del capitalismo monopolistico tedesco.

90 Ma il popolo non sapeva. Non sapeva?-?dice Levi e noi ripetiamo con lui?-?perch voleva non sapere. Resistere al terrorismo di Stato  certamente cosa ardua, ma i tedeschi non l'hanno neppure tentato. Se pu essere un sollievo?-?manzonianamente?-?pensare che i tedeschi non fecero ci che avrebbero dovuto fare perch non vollero sapere ci che andava fatto e che sicuramente si agitava nell'intimo delle loro coscienze, ossia perch vollero chiudersi in una miserabile ignoranza penosamente conquistata?-?un sollievo in quanto ci dimostra che non pu esserci orrore storico che possa definitivamente distruggere le potenzialit critiche della stessa persona pi vile ed abbietta -, tale sollievo non pu oggi ormai bastare. Difendere siffatta ignoranza significa anche, storicamente, mettersi dalla parte dell'assassino e, implicitamente (ma non troppo), finire persino con l'infamare le forze che, in nome di una pi radicale ideologia, ti hanno liberato o cercano di liberarti.

Note

1 La questione di quando dati l'antifascismo di Gadda  controversa e si discute soprattutto di quando sia l'acceso pamphlet anti-mussoliniano di Eros e Priapo. Si legga comunque questa nota autobiografica riportata da D. Maraini in E tu chi eri? Intervista sull'infanzia, Milano, Bompiani, 1973, p. 17: Solo nel '34 ho capito cos'era il fascismo e come mi ripugnasse. Prima non me n'ero mai occupato. Le camicie nere mi davano fastidio anche prima, ma era un fastidio e basta. D'altronde il libro Eros e Priapo l'ho scritto nel '28 e mostra tutta la mia insofferenza per il regime. Ma solo nel '34, con la guerra etiopica, ho capito veramente cos'era il fascismo. E ne ho avvertito tutto il pericolo. Andranno comunque sottolineate, tuttavia espresse da un giovane ragazzo socialista (Carletto), queste considerazioni del Racconto italiano segnate in una nota compositiva dell'11 dicembre 1924 (Opere V, p. 516): Perch dopo la guerra, quando la borghesia ha visto che il popolo non ne voleva pi sapere di prepotenze e di camorra e di sfruttamenti e quelli che erano divenuti milionari col sangue della carneficina, gli era venuta addosso una paura tremenda, perch sentivano che stava per sonare la loro ora: che cosa han tirato in ballo? Hanno riempito di soldi quel ruffiano d'un Mussolini perch assoldasse dei manigoldi, che stangassero il popolo. E cos era successo. La trovata era buona. Fin che dura per.

2  in fondo a questa umanit sabellico-teppistica che va la simpatia umana dello scrittore, per quanto tutt'altro che socialista. Non a caso tutti i suoi esponenti sono intitolati, con una sorta di antifrastica ironia, ai grandi eroi dell'Antichit: Enea, Virginia, Lavinia, Camilla, Diomede, Ascanio, eccetera.

3 Edito la prima volta da Piera Tomasoni in B. Fenoglio, Opere, ed. critica diretta da M. Corti, Torino, Einaudi, 1978, vol. III, pp. 117-24, lo si legge in B. Fenoglio, Romanzi e racconti, a cura di D. Isella, Torino, Einaudi-Gallimard, 1992, pp. 1363-70, edizione dalla quale sempre citiamo.

4 Si veda ad esempio quanto dice il commissario comunista Nmega nel Partigiano Johnny e la risposta di Johnny-Fenoglio: Gi il 9 settembre noi comunisti siamo partiti con un programma massimo ed un programma minimo. Il massimo consiste nella rivoluzione comunista come corollario e coronamento della lotta di liberazione. In difetto, ed ecco il programma minimo, parteciperemo coi mezzi convenzionali alla competizione per la maggioranza parlamentare?-?Johnny disse:?-?Ecco, prego che siate costretti al programma minimo. Vi vorr bene, e voi al programma minimo. (Fenoglio, Romanzi e racconti, cit., p. 530).

5 Uso il termine di fallimento per il fatto che l'autore stesso, naturalmente anche per ragioni esterne, ossia per l'intervento di consulenti ed editori, rinunci a dare l'ultima mano al suo libro grosso (come ebbe a definirlo in una lettera a Livio Garzanti del 21 gennaio del 1957) e prefer infine servirsene come materiale da cui di volta in volta trarre racconti pi romanzeschi (L'imboscata, Una questione privata). Questa rinuncia, in ogni caso, mi sembra un'amara conseguenza dell'influenza negativa dell'editoria commerciale sull'autonoma ispirazione dell'artista (anche se allo stesso Fenoglio parve il contrario: cfr. la sua lettera a Livio Garzanti del 29 maggio 1959, in Lettere, a cura di L. Bufano, Torino, Einaudi, 2002, p. 109).

6 Cfr. C. Cases, Patrie lettere, Torino, Einaudi, 1987, p. 137.

7 In La distruzione della ragione, trad. it., Torino, Einaudi, 1959, p. 766.

8 Cfr. H. J. Rauschning, The Voice of Destruction , New York, 1940, p. 281.

Parte seconda. Tendenza e caratteri della narrativa contemporanea

Parte seconda. Tendenza e caratteri della narrativa contemporanea

Il romanzo contemporaneo tra storia e invenzioni

Pasolini - Calvino - Sciascia - Bufalino - Consolo - Satta

I. Profilo socio-politico dell'Italia contemporanea

1 Cominciamo col delineare uno schizzo dell'ascesa e del declino del comunismo in Italia, anche se con ci, naturalmente, non si pretende affatto di voler tracciare un disegno, per quanto sintetico, dell'affermazione del partito comunista italiano fino agli inizi degli anni Settanta, quello della sua effimera partecipazione al governo all'epoca del compromesso storico e, infine, quello della sua frantumazione dopo il celebre crollo del cosiddetto muro di Berlino (1989) e la disintegrazione dell'Unione Sovietica (1991); a questo riguardo non mancano certo resoconti storici seri e approfonditi. Ne indicheremo piuttosto alcune tappe attraverso alcuni rapidi tratti; e se  da questo movimento che intendiamo prendere le mosse  perch, quasi fino a ieri o a ier l'altro, esso  stato all'avanguardia nel promuovere il pensiero, la cultura e la stessa migliore vita letteraria; e non solo o non tanto in virt di una casa editrice ad esso molto vicina, quella degli Editori Riuniti, ma variamente e diversamente influenzando, soprattutto dagli anni Cinquanta e Sessanta, i migliori intellettuali e scrittori italiani stretti attorno alla Einaudi o alla Feltrinelli. Un movimento insomma non solo politico s anche, in giusta correlazione con la sua doverosa concezione del mondo?-?come tutti sanno la specifica e ben complessa concezione marxistica?-?un movimento capace di attrarre a s una gran parte dell'intellettualit italiana e pi tardi, quando si vennero rendendo sempre pi difficili le effettive possibilit di radicali trasformazioni della societ in senso socialista, un partito capace almeno di imporsi, contro la corruzione sempre pi dilagante, come un forte richiamo ai valori dell'eticit. Tutto sommato non una cosa da poco.

2 Al tempo del primo immediato dopoguerra la presenza comunista in Italia era forte e poteva alimentare altrettanto forti speranze: a torto o a ragione poteva considerare la Resistenza come opera propria e i partigiani rossi che vi avevano combattuto potevano aspirare a veder subito introdotti nella societ che si sarebbe dovuto creare (nel clima tempestoso dell'inizio della guerra fredda) elementi almeno di socialismo o di economia socialista. A soli tre anni dopo il '45, con il freno posto al movimento partigiano, il fallimento delle riforme, l'umiliazione della disoccupazione di massa e la sconfitta del Fronte Popolare, la situazione era di fatto gi segnata, anche se tutte queste frustrazioni riemersero con prepotenza il 14 luglio del 1948, quando un isolato fanatico spar a Togliatti mentre usciva dal parlamento ferendolo in modo serio. Si ebbe allora, da una parte, la testimonianza di quanto fosse prorompente la collera dei comunisti; dall'altra di quanto fosse fondata la preoccupazione per la presenza di un pericolo bolscevico. Se nell'Italia centrale, ad Abbadia San Salvatore sull'Amiata, i minatori seppero impossessarsi della centralina telefonica che controllava tutte le comunicazioni tra il Nord e il Centro, a Torino gli operai occuparono la Fiat e presero tra gli ostaggi lo stesso amministratore delegato Valletta mentre, a Venezia e a Mestre, vennero eretti blocchi stradali sul ponte della laguna e gli operai si posero a guardia delle fabbriche chimiche e degli impianti petroliferi. Bastino comunque le secche note di un sindacalista comunista che cos ritrasse, in quel giorno, la situazione a Genova.

L'emozione fu immensa, ma non solo in noi, in tutta la popolazione [...] Lo sciopero non lo dichiararono n le commissioni interne n la Camera del Lavoro; le fabbriche si fermarono tutte. Vado a casa, non so niente, mangio, esco di casa [...] tutta la gente era stravolta. C'era un'atmosfera di guerra. Corro alla Camera del Lavoro. Intanto la citt si stava progressivamente fermando; spontaneamente, da sola, e poi la grande manifestazione spontanea a piazza De Ferrari, la piazza politica classica di Genova. Mentre noi riunitici come commissione esecutiva in riunione straordinaria?-?i democristiani non vennero?-?stabilivamo subito la dichiarazione di sciopero generale di 48 ore in segno di protesta e davamo tutte le istruzioni, arriva la notizia che a De Ferrari la folla aveva prevalso sulla polizia, aveva catturato le autoblindo e praticamente eravamo in guerra civile. Alla sera Genova era gi tutta nelle mani del popolo al punto che, alle 20 mi pare, il questore telefon all'Anpi dicendo: mandatemi un gruppo di partigiani a difendere la questura perch qui sono isolato! Fuggiti i poliziotti, scappati tutti, fu una cosa terrificante [...] Ricevetti una telefonata di Di Vittorio: Ma solo a Genova avete fatto questo! Ma siete impazziti tutti? Ma l ora come va? Due morti?-?risposi.?-?S' sparato tutta la notte. E' andata bene, con tutte le pallottole che sono partite stanotte due morti soltanto. E' un miracolo. Non so perch non ce ne sono quattrocento.

3 Riportando questo passo Paul Ginsborg conclude che la battaglia che i comunisti avevano iniziato nel settembre del 1943 e che aveva spinto molti di loro ad arruolarsi nelle brigate Garibaldi e a combattervi, era stata definitivamente perduta 1 . Certo i dirigenti comunisti che ebbero a intervenire con la massima rapidit onde evitare una sollevazione che ritenevano un tragico errore, diedero prova di saggezza politica. (Tutti i quadri rivoluzionari a scuola di strategia e di tattica nelle carceri e in esilio! avrebbe causticamente commentato dodici anni dopo lo stesso Togliatti) 2 ; anche se l'episodio dimostra come?-?gi all'altezza degli anni tra il 1945 e il 1948, ossia negli anni apparentemente pi favorevoli all'esplosione rivoluzionaria?-?siffatta rivoluzione (stante anche la dichiarata spartizione dell'Europa tra Alleati e Unione Sovietica) era di fatto impossibile. Gi negli anni Trenta del resto, nei suoi Quaderni del carcere , Antonio Gramsci aveva pi profondamente osservato come i rapporti tra Stato e societ civile si fossero storicamente articolati in modo assai diverso in Europa occidentale e orientale. Mentre all'est lo Stato era tutto e la societ civile qualcosa di primordiale e gelatinoso, all'ovest s'era sviluppato un pi giusto rapporto tanto che, nello stesso tremolio dello Stato si poteva pur scorgere una ben pi robusta struttura della societ civile. Concludeva quindi che i rivoluzionari occidentali dovevano adottare una strategia diversa da quella usata dai bolscevichi nella rivoluzione russa; dovevano cio, per prima cosa e nell'ambito della societ civile, perseguire una lunga guerra di posizione, tanto tenace quanto infinitamente paziente, nel corso della quale la classe operaia avrebbe progressivamente imposto la propria egemonia, ossia la propria direzione, insieme, politica morale e culturale. La posizione della filosofia della prassi?-?ebbe ad esempio a scrivere 3 ?-? antitetica a quella cattolica, a quella cio dominante nella societ italiana (di allora e di oggi):

La filosofia della prassi non tende a mantenere i semplici' nella loro filosofia primitiva del senso comune, ma a condurli a una concezione superiore della vita. Se afferma l'esigenza del contatto tra intellettuali e semplici non  per limitare l'attivit scientifica e per mantenere una unit al basso livello delle masse, ma appunto per costruire un blocco intellettuale-morale che renda politicamente possibile un progresso intellettuale di massa e non solo di scarsi gruppi intellettuali.

4 Questa tenace e lunghissima guerra di posizione prospettata da Gramsci (altres convinto che ci che si chiama opinione pubblica  strettamente connesso con l'egemonia politica, il punto stesso di contatto tra societ civile e societ politica, tra consenso e forza) 4 ; questa guerra di posizione?-?dicevo?-?divenne anche per Togliatti il motivo teorico di base per la costruzione di una via italiana al socialismo 5 , come lo divenne (anche se ci muoviamo inevitabilmente su un terreno molto controverso) la costruzione di un partito rivoluzionario centralizzato che fungesse da intellettuale collettivo, tale soprattutto da saper organizzare, coordinare e dirigere le forze anticapitaliste all'interno della societ. Si trattava in ogni caso, come ognuno pu ben intendere da s, di un compito immane; e non solo perch bisognava operare in un paese sostanzialmente isterilito dalla Controriforma e dal gesuitismo, ma perch ogni riforma di tipo culturale?-?ossia l'elevamento civile degli strati depressi della societ?-?non poteva realizzarsi senza una precedente riforma economica e un mutamento nella posizione sociale e nel mondo economico 6 . L'avere avuto, grazie soprattutto alla pur frammentaria esposizione gramsciana, consapevolezza critica di tutti questi problemi,  un indizio tutt'altro che irrilevante della superiorit del partito comunista rispetto a tutti gli altri movimenti che, come gli eventi successivi hanno ampiamente dimostrato, sono stati sempre pi interessati (tranne qualche sporadica eccezione) alla lotta per il puro potere.

5 Sar bene in ogni caso dare anche un rapido sguardo all'evoluzione della politica economica europea dopo la fine del secondo conflitto mondiale ed osservare, per prima cosa, che tanto nell'Europa occidentale quanto in quella orientale comunista, a partire dagli anni Cinquanta, si ebbe un rilevante ritmo di crescita che comport, anche da noi con il cosiddetto miracolo economico, un notevole miglioramento degli standard di vita reale: da paese essenzialmente agricolo con forti correnti emigratorie, l'Italia si trasform in una delle nazioni economicamente pi forti bruciando la tappe di un rapido processo di accumulazione e di urbanizzazione e, anche se in misura minore rispetto ad altri paesi europei, di secolarizzazione. Tale sviluppo non manc tuttavia neppure nell'Europa orientale. Seguendo l'esempio dell'Unione Sovietica, Albania Bulgaria Cecoslovacchia Germania orientale eccetera adottarono quell'economia centralizzata, basata sulla propriet statale dei mezzi di produzione tanto invisa alla concezione economica del capitalismo. L'industria, l'agricoltura e la maggior parte dei settori dei servizi vennero nazionalizzati, essendo obbiettivo primario di questo modello di crescita quello di accelerare l'industrializzazione onde trasformare la vecchia struttura sociale dei diversi paesi; ed in ci non si pu negare che esso ottenne risultati considerevoli.  stato anzi osservato 7 che durante gli anni Cinquanta e Sessanta la crescita economica nell'Europa orientale ebbe a superare quella dell'Europa occidentale. I paesi socialisti, per esempio, quadruplicarono in vent'anni (nel loro complesso) il loro reddito nazionale e aumentarono di sette volte la loro produzione. Tale crescita, fra il Cinquanta e il Settanta, si registr particolarmente nel settore industriale pesante (acciaio, macchinari, prodotti chimici), mentre assai meno ragguardevole fu l'andamento dell'agricoltura, generalmente lasciato in relativo abbandono. Secondo i criteri dell'economia socialista, naturalmente, l'investimento venne forzato verso l'alto a scapito dei consumi, riflettendosi il benessere dei consumatori nei paesi socialisti essenzialmente nell'aumento dei servizi pubblici e sociali come la scuola, l'assistenza medica e gli alloggi, a bassissimo prezzo questi ultimi o addirittura gratuiti. Era chiaro che la situazione non poteva durare a lungo a confronto con l'aggressivit dell'economia capitalista che trovava un ruolo trainante proprio nella rapida crescita sia dei consumi interni sia delle esportazioni. Quando verso la met degli anni Settanta e, poco dopo, in seguito alla rivoluzione iraniana del '79, si scatenarono due successive crisi petrolifere e lo straordinario sviluppo dell'economia europea giunse alla fine, mentre nella parte occidentale del continente s'afferm un nuovo credo neoliberale fondato su un programma di deregolamentazione e privatizzazione onde restaurare le forze della libera concorrenza di mercato (la concezione tipica del governo inglese della signora Thatcher e del governo americano sotto la presidenza Reagan?-?concezione peraltro che resiste tutt'ora), nell'Europa orientale i problemi economici si accumularono contribuendo non poco all'improvviso crollo dei regimi comunisti nel 1989. Quanto all'Unione Sovietica la crisi economica venne non poco aggravata dalla disastrosa invasione dell'Afghanistan, dagli enormi costi della rinnovata corsa agli armamenti scatenata dagli Usa sotto la presidenza Reagan, dal caos infine in cui il paese fu gettato dalle tarde, confuse e contestate riforme che Gorbac??v cerc di introdurre. Dopo il fallito colpo di stato dell'agosto del 1991 ad opera dei comunisti che seguivano la linea dura, gli stessi comunisti perdettero il potere e l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, dopo oltre ottant'anni di vita si sgretol in quindici Stati indipendenti, la maggior parte dei quali si impegn a creare un sistema di mercato libero. La fine del regime comunista a partito unico signific anche la fine dell'economia a controllo centralmente pianificato. Davvero un bene come l'evento venne universalmente salutato nel mondo libero e democratico?

6 All'inizio degli anni Settanta quando in Europa, sotto il profilo economico, cominciava a prender piede la crisi alla quale abbiamo appena accennato, il nuovo segretario del partito comunista italiano Enrico Berlinguer, anche per evitare che si ripetesse da noi quanto era appena avvenuto in Cile (il colpo di stato che aveva rovesciato il governo socialista e democratico di Salvador Allende), decise di uscire da quel dignitoso immobilismo in cui i comunisti si erano richiusi negli anni dell'azione collettiva come vennero chiamati 8 ?-?ossia gli anni (1968-73) che da un lato avevano veduto l'esplosione del movimento studentesco e dei gruppuscoli rivoluzionari e, dall'altro, l'inizio della strategia della tensione (a partire dall'attentato di piazza Fontana del 12 dicembre 1969) e la mobilitazione dell'estrema destra. Egli proponeva pertanto una storica alleanza tra il partito che doveva rappresentare la classe operaia e i pi diversi settori dei ceti medi che si riconoscevano nella Democrazia Cristiana, un partito non giudicato come organicamente reazionario ma capace di dar vita a un effettivo rinnovamento sociale e a un effettivo progresso democratico. Cercando di avviare tale compromesso?-?storico o no che fosse?-?Berlinguer, abbastanza astrattamente, pensava a una convergenza tra moralit cattolica e moralit comunista nel nome di un bene politico superiore; pensava di poter superare gradualmente il capitalismo introducendo nell'economia elementi di socialismo; pensava soprattutto (e in concreto) a un nuovo ordine basato sull'austerit, sui valori collettivi, sulla cooperazione. L'austerit divenne l'anticamera della salvezza, tanto che il nuovo segretario, che sembrava incarnare in se stesso, nel suo volto smagrito e quasi sempre severo, lo spirito delle sue idee, non esit a invitare i lavoratori a fare nuovi sacrifici dato che essi, nella sua prospettiva, non sarebbero stati vani. Una societ pi austera?-?proclam?-?pu essere una societ pi giusta, meno diseguale, realmente pi libera, pi democratica e pi umana. Da questo compromesso, pensava, sarebbe emerso un nuovo blocco storico egemonizzato dalla classe operaia e dal suo partito. All'egemonia politica vagheggiata da Gramsci si sostituiva cos l'egemonia morale che poi, in effetti, il suo partito rivendic ma che gli squassanti futuri eventi di Tangentopoli dovevano in parte oscurare. Quello che al progetto di Berlinguer manc, al di l della sua genericit e astrattezza, era un saldo fondamento di base: l'ingenuit, ad esempio, di interpretare un partito essenzialmente conservatore (quando non addirittura reazionario come la Democrazia cristiana) come un partito sinceramente disponibile al cambiamento. Era certamente vero, come lo stesso Berlinguer ebbe a ricordare, che anche Togliatti aveva ricercato un compromesso con De Gasperi, sennonch allora la Democrazia cristiana era un partito nuovo, ancora privo di qualsiasi potere all'interno dello Stato e con un programma, almeno in alcuni tratti, innovatore. Trent'anni dopo era divenuta ben altra cosa: aveva via via occupato lo Stato, lo aveva trasformato ed era divenuta il grande partito del capitalismo italiano e, come tale, la vera e propria antitesi al progetto di Berlinguer. A parte del resto la potente contraddizione insita nello sperare un incontro tra la morale cattolica e quella comunista (tra la Chiesa di Roma, verrebbe da dire, e l'Unione Sovietica), lo stesso appello di Berlinguer agli italiani per una societ pi giusta, pi collettivista e pi austera cadde inevitabilmente nel vuoto, tanto evidente era la scarsa sintonia tra questi appelli catoniani e una societ che, fino dal 1945, si era venuta radicalmente trasformando in virt dei tanti beni materiali e di consumo di cui si era venuta entusiasticamente appropriando. Da qualsiasi parte venissero, tali richiami non potevano che cadere nel vuoto sicch, per l'italiano medio, la visione puritana del nuovo segretario comunista poteva suscitare rispetto, non essere certo avvertita come augurabile. D'altra parte, crescita economica e sviluppo umano (in senso etico e culturale) non sono affatto la stessa cosa, e con l'avvicinarsi della fine del secolo la prima giunse a costituire sempre di pi una minaccia per il secondo. L'una e l'altro non andarono affatto di pari passo ed anzi, presso gli antichi che gi ebbero coscienza del fenomeno (si pensi a Sallustio), la ricchezza era sempre stata denunciata come causa di dissoluzione della comunit ed esaltazione dei privilegi individuali comunque acquisiti. N progrediva il senso civico o la consapevolezza del ruolo e delle finalit sociali dei tanti piccoli imprenditori che la buona sorte favoriva. All'intervistatore che nel 1992 le chiedeva quali fossero i suoi obbiettivi nella vita, una imprenditrice del Veneto cos rispondeva 9 :

Soldi, solo soldi guarda, soldi e basta. Volevo fare una bella vita, comprarmi bei vestiti, e poi volevo farmi notare. Ero ambiziosa come lo sono anche adesso: volevo essere qualcuno e non volevo essere ignorata dalla gente. Adesso ho trenta lavoranti e lavoro bene, guadagno intorno ai trecento-trecentocinquanta milioni l'anno, per ne denuncio tanti di meno. Il resto  tutto in nero [...] Pensa che adesso non ho tempo di godermi i miei soldi ma guarda: mi bastano quindici giorni a Jesolo in un grande albergo. Mi basta questo; mi sento una gran signora...

7 Assistendo all'intervista, persino la figlia di costei ebbe ad osservare: Mia mamma  schiava del lavoro. Per lei non c' altro, ma questo non  vita;  un assurdo.

8 Per quanto possa apparire rozzo e banalmente infantile il modo di ragionare, se cos vogliamo chiamarlo, della nostra imprenditrice, esso rappresenta pure il sintomo di un diffuso sentire, alla periferia delle piccole citt dell'Italia centrale e settentrionale, nelle nuove ville corredate di cancellate, di prati all'inglese e di automobili di tutte le dimensioni, gli spiriti animali del capitalismo italiano, come  stato ben detto 10 , avevano trovato il loro habitat ideale. Questi spiriti, in certo modo temperati in passato dalla cultura sub-cattolica del nord-est e da quella comunista nell'Italia centrale, ora, a partire almeno dagli anni Ottanta, liberatisi di queste influenze sempre pi in declino, crearono, come si  espresso Pier Paolo Poggio 11 , un nuovo paesaggio sociale in cui, a designare l'orizzonte morale del mondo, erano laboriosit e consumi opulenti. Poi, con l'avanzare degli anni e con la sempre maggiore disinvoltura (diciamo cos) nella gestione dell'amministrazione pubblica da parte di una classe politica che aveva solo finto d'innovarsi, si ebbe?-?mentre i diseredati della nostra societ (i disoccupati, gli immigrati, i poveri) non riuscivano a far valere le loro esigenze?-?un forte accrescimento, soprattutto in Lombardia e nel Veneto, del malcontento di quei piccoli e medi imprenditori che abbiamo appena descritto e che intesero esprimere la loro cultura nella continua denuncia dell'inefficienza del potere centrale, di Roma ladrona come proclamarono con uno slogan tanto efficace quanto becero e semplicistico; in sostanza contro uno Stato prepotente e vessatorio al quale, sentendosene vittime, contrapposero un'etica localistica, consumistica, fortemente orientata verso l'interesse personale e tutta fondata sul profitto e sul successo individuale: una sorta insomma di thatcherismo all'italiana con una sempre pi esplicita intolleranza nei riguardi dei meridionali, degli immigrati e di coloro che erano o diversi od estranei. In breve: la nuova ricchezza che si era verificata in certe zone del paese ebbe in realt a produrre, anche e soprattutto il contrasto con la cultura comunista, una cultura tribale 12 . Al che si dovrebbero probabilmente aggiungere le nefaste conseguenze del consumismo edonistico prodotto dalla rivoluzione informatica la quale, oltre a produrre un tipo di conoscenza quanto mai vasta ma sempre irriflessa, ha avuto il potere di sempre pi massificare e mercificare le stesse potenziali virtualit del sogno e dell'immaginazione. Il cinismo del pubblicitario, secondo cui il consumismo contemporaneo  in gran parte poco pi di una risposta pavloviana alle sue stesse manipolazioni, sembra invero una triste ma ben incisiva rappresentazione della realt contemporanea, Nelle sue Lettere luterane 13 Pier Paolo Pasolini aveva gi pronosticato l'inevitabile omologazione della societ italiana e la sua riduzione a una massa conformista, a una folla infimo-borghese. La stessa realt, come gi dicevamo all'inizio, che il romanzo stava sempre pi divenendo un prodotto con un suo mercato, una sua domanda e una sua offerta, con le sue campagne di lancio e i suoi successi (memorabili quelli de Il nome della rosa di Umberto Eco o di Va' dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro) o i suoi tran-tran e comunque, in ogni caso, un prodotto di un buon livello medio; questa realt non poteva che mortificare, e mortificare profondamente, chi avesse tentato di dar vita a una narrativa da costruirsi tutta e soltanto con le proprie mani. Lo scrittore di natura o d'istinto, di vocazione, non poteva che trovarsi in serie difficolt dovendo misurarsi, oltre che con l'opera alla quale cercava di dare compimento, con un agguerritissimo scrittore di professione quanto mai sagace nel confezionare il proprio lavoro e quanto mai esperto nel farlo valere sul sempre pi complesso e sofisticato mercato delle lettere il quale, da parte sua, non stimolava certo la riflessione sui grandi e tragici eventi che il secolo pur poteva fornire (si pensi ad esempio alle grandi pagine d'apertura di un libro come Guerra e pace ). Tutto un quadro insomma e una problematica (in negativo) di cui fu vittima un Salvatore Satta, il cui unico romanzo pot vedere la luce soltanto dopo la sua morte e che, sia pure in modo molto diverso, si riflett nell'opera di Italo Calvino, di Pier Paolo Pasolini e di Leonardo Sciascia. Cominciamo dunque da loro.

Note

1 Vd. P. Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi. Societ e politica 1943-1988, Einaudi, Torino, 1989, pp. 157-59.

2 Vd. Roderigo di Castiglia, A ciascuno il suo, in Rinascita, XVII (1960), n. 5.

3 In Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Einaudi, Torino, 1989, pp. 157-59.

4 Si pu dire che la maggior parte degli studiosi comunisti abbia postulato una piena convergenza tra il pensiero di Gramsci e quello di Togliatti, anche se non  mancato chi ha voluto distinguere tra un Gramsci rivoluzionario e un Togliatti riformista.

5 Vd. A. Gramsci, Passato e Presente, Einaudi, Torino, 1952, p. 158.

6 Cito da A. Gramsci, Note su Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno, Einaudi, Torino, 1964, p. 8.

7 Vd. H. van der Wee e Piet Clement, 1945-1995: l'economia tra crescita e transizione, in Storia d'Europa. 5. L'et contemporanea, Einaudi, Torino, 1996, p. 244 e ss.

8 Per esempio da P. Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi, cit. e che quindi li descrive a p. 404 e ss.

9 Vd. L. Tulli, Ingrandire la stalla, allargare il magazzino, in Altrochemestre, 1994, n. 1, pp. 8-9.

10 Da P. Ginsborg, L'Italia del tempo presente. Famiglia, societ civile, Stato. 1980-1996, Einaudi, Torino, 2007, p. 90.

11 Vd. P. P. Poggio, La Lega secondo natura, in Iter, II (1992), p. 152.

12 Cos, energicamente, P. Ginsborg, L'Italia del tempo presente, cit., p. 90, che poi analizza tutti questi processi a pp. 207 e ss. e a pp. 331-34 (dalla televisione e i mezzi di cultura di massa agli attacchi allo Stato centralistico e corrotto al razzismo e alla xenofobia).

13 Vd. P.P. Pasolini, Lettere luterane, Einaudi, Torino, 1976, p. 92 (ma anche pp. 53-54, 80-83 e 85-91).
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Capo 2. Italo Calvino e lo scrittore di professione
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1 Calvino ebbe a condividere con Croce l'opinione che di un autore contano solo le opere, beninteso quando contano. Dei suoi dati biografici, nel tracciare qui il suo profilo, daremo pertanto quanto  essenziale, e cos dei tanti suoi libri, articoli, saggi e interventi pubblici o privati.
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La Resistenza nella formazione di Italo Calvino.
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2 Nel 1944, sui ventuno anni (era nato a Santiago de las Vegas presso l'Avana nel 1923 ma nel '25 era gi a San Remo nell'antica terra della famiglia paterna), Calvino si univa a una delle divisioni partigiane Garibaldi che sulle Alpi Marittime operavano da tempo contro i nazifascisti. Nessuna precisa convinzione ideologica (come Calvino stesso ebbe a dire) in questa scelta di affiancarsi ai comunisti: il riconoscimento soltanto che essi rappresentavano la forza pi attiva e organizzata; per il resto era come partire da una tabula rasa, da una sorta di anarchismo dall'occhio libero e diffidente. Negli anni precedenti aveva compiuto studi regolari in una famiglia della buona borghesia colta e laicamente austera, dedita all'agronomia e moderatamente antifascista, cultrice delle scienze botaniche. Lui solo, il giovane Calvino, sembrava la pecora nera che si volgeva a studi letterari 1 . L'amico Eugenio Scalfari gli consigliava di leggere Huizinga, Eugenio Montale, Pisacane?-?le novit letterarie di quegli anni (1941-42) che venivano costituendo, come solitamente accade, le tappe di una non sempre ordinata educazione etico-letteraria.

3 La sua vocazione di narratore (come fu del resto per Montale che era per della Riviera di Levante) nacque a contatto col paesaggio ligure. Da esso?-?ebbe a confessare 2 ?-?cancellavo polemicamente tutto il litorale turistico?-?lungomare con palmizi, casin, alberghi, ville?-?quasi vergognandomene; cominciavo dai vicoli della Citt vecchia, risalivo per i torrenti, scansavo i geometrici campi dei garofani, preferivo le fasce di vigna e d'oliveto coi vecchi muri a secco sconnessi, m'inoltravo per le mulattiere sopra i dossi gerbidi, fin su dove cominciano i boschi di pini, poi i castagni, e cos ero passato dal mare, sempre visto dall'alto?-?una striscia tra le due quinte di verde?-?alle valli tortuose delle Prealpi liguri.

4 Ma fu proprio la Resistenza?-?e a dirlo  lo stesso Calvino (nel 1964) 3 ?-?a rappresentare la fusione tra paesaggio e persone. E precisa:

Lo scenario quotidiano di tutta la mia vita era diventato interamente straordinario e romanzesco: una storia sola si sdipanava dai bui archivolti della Citt vecchia fin su ai boschi; era l'inseguirsi e il nascondersi d'uomini armati. Anche le ville riuscivo a rappresentare, ora che le avevo viste requisite e trasformate in corpi di guardia e prigioni; anche i campi di garofani da quand'erano diventati terreni allo scoperto, pericolosi ad attraversare, evocanti uno sgranare di raffiche nell'aria.

5 Sennonch la Resistenza?-?esperienza decisiva nella vocazione artistica di Calvino?-?fu per lui (in questo simile anche se in modo altro rispetto a un Fenoglio) un fenomeno del tutto diverso da quello pur giustamente eroicizzato dalla pubblicistica del partito comunista. Fu un fenomeno autoironico o passibile d'autoironia: la fierezza guerresca del partigiano o la sua consapevolezza d'incarnare un'innovativa autorit legale e morale, proprio perch solitamente espresse in modo gradasso e truculento, quasi sempre in una eslege libert di movimenti congeniale alla gran massa dei suoi pur generosi componenti, non poteva non suscitare nell'animo acuto e intelligente dell'anarchico Calvino, partigiano lui stesso, un superiore sentimento d'autoironia; ovverosia un sentimento di pi profonda umanit di fronte all'improvviso e rocambolesco scenario di persone che si vedono come gettate?-?loro sino a quel momento avvezze a sopravvivere ai margini di una societ regolare e regolata?-?nel compito s affascinante ma pressoch sconosciuto di rinnovare il mondo nella giustizia e nell'eguaglianza. Ed  proprio a questo sentimento di pietas verso i diseredati, un sentimento che conteneva in s l'inconsueta possibilit di aprirsi al sogno e alla favola, che bisogna porre l'attenzione nel leggere questo primo Calvino, quasi solitario pioniere di un mondo brutale che, pur con mille difficolt, nella Resistenza cercava inconsapevolmente un riscatto. Questa intenzione di reagire a una celebrazione del moto partigiano in modo meramente meccanico e didascalico venne del resto manifestata dallo stesso autore con parole molto chiare: Ah s, volete l'eroe socialista? Volete il romanticismo rivoluzionario? E io vi scrivo una storia di partigiani in cui nessuno  eroe, nessuno ha coscienza di classe. Il mondo della lingre vi rappresento, il lunpenproletariat! [...] E sar l'operazione pi positiva, pi rivoluzionarie di tutte. Che ce ne importa di chi  gi un eroe, di chi la coscienza ce l'ha gi!  il processo per arrivarci che si deve rappresentare. Finch rester un solo individuo al di qua della coscienza, il nostro dovere sar occuparci di lui e solo di lui 4 . Ed  da questa esperienza, mentre Calvino cominciava a gravitare sempre di pi nell'orbita dell'Einaudi (grazie anche a Pavese) che nacque, sullo sfondo dei racconti di Ultimo viene il corvo (pubblicati per la prima volta in volume da Einaudi nel 1949) il romanzo Il sentiero dei nidi di ragno, edito anch'esso primamente dalla casa editrice torinese nel 1947 5 .

6I due libri vanno dunque letti insieme, anche per rendersi conto di cosa abbia significato, per il loro autore, prendere progressivamente le distanze da una materia che, cos collettiva e coinvolgente come quella offerta dalle mille e minime ma pur tanto singolari storie della Resistenza?-?che come tale imponeva quasi d'essere espressa in forme necessariamente emotive -, doveva invece essere narrata ponendoli su un piano molto pi distaccato, proprio per scoprire in essa, nel fuoco incandescente di quello straordinario e cos breve periodo, quanto d'importante poteva rivelare nell'ambito degli umani comportamenti e di ci che  effettivamente bene e realmente male; cosa potesse significare progredire nella societ civile; per scoprire insomma?-?sotto la scorza di un evento storico eroicizzato dagli uni e vilipeso dagli altri (e un evento cui parteciparono contemporaneamente intellettuali e contadini, operai e avventurieri, uomini di partito e sbandati d'ogni risma) sia quelle che sono le leggi della storia, sia quelle che sono le norme e i modi d'essere dell'humaine condition. In ci non escluso, come approdo ultimo e simbolico, il ricorso a quelle favole di cui, quattro secoli prima, s'era avvalso Ludovico Ariosto intessendo il suo Orlando cos amato dal Nostro. Ed  proprio in questo, io credo, che consiste l'origine di ci che verr poi definito lo stile Calvino.

7 dunque dal gruppo centrale dei racconti di Ultimo viene il corvo (in particolare da La stessa cosa del sangue, Attesa della morte in un albergo, Angoscia in caserma) che converr prendere le mosse?-?ossia proprio dai primi racconti che Calvino scrisse quand'egli era ancora una voce dell'epoca, voce anonima e collettiva di chi, carico di vicende da raccontare, era pi simile a un narratore orale che a uno scrittore che medita rivolgendosi, pensoso, sulla pagina ancora bianca. Ma se si legge la breve e drammatica storia di Uno dei tre  ancora vivo (tre tedeschi fucilati proprio sull'apertura di una caverna e ivi scaraventati perch cos non c'era da scavare la fossa), storia nella quale uno dei tre riesce tuttavia a sopravvivere nel fondo del burrone; se si riflette, dicevo, su quell'immagine che al disgraziato balena in quei tragici istanti vedendo, quasi da un altro mondo, coloro che ora lo vorrebbero soccorrere e salvare e lo spiritato che intende invece semplicemente finirlo con una raffica ben assestata, subito comprendiamo che il realismo (o neorealismo) di Calvino ha subito uno scarto verso un modo diverso d'intendere l'arte e il dettare: la risalita, come dicevamo prima, verso la meditazione della condizione dell'uomo. Scrive dunque Calvino 6 .

Quello era un fondo di pozzo da cui non si poteva pi uscire, dove sarebbe impazzito bevendo sangue e mangiando carne umana, senza poter mai morire. Lass, sullo sfondo del cielo, c'erano angeli buoni con corde e angeli cattivi con bombe e fucili e un grande vecchio con la barba bianca che apriva le braccia ma non poteva salvarlo.

8E il racconto si chiude cos: La vita, pens il nudo, era un inferno, con rari richiami d'antichi felici paradisi.  a questi richiami che s'ispira il pi lungo dei racconti partigiani di Calvino, quel Sentiero dei nidi di ragno che narra le avventure di Pin, un ragazzetto di un basso carrugio sanremese che lo stesso scrittore ebbe a conoscere nel tempo della sua permanenza tra le bande.

9Varrebbe forse la pena di far precedere la lettura del Sentiero da quella delle Autobiografie della leggera raccolte nel 1972 (Einaudi) da Danilo Montaldi; avremmo di colpo davanti a noi quel variegato e quanto mai picaresco scenario di personaggi senza regole e patria che non fossero le proprie dure regole dettate da una cruda esperienza, la propria patria consistente nel proprio tugurio o nel proprio barcone malamente ormeggiato a una spiaggia. Ladrocin, furfanterie, piccole furbizie escogitate sempre col cuore sull'aspa o con il tono dell'ingenuo gradasso; ma anche con la linfa vitale dell'uomo primitivo che cerca la confortante solidariet del compagno, il sentimento della comunit, il bisogno umano del ritrovarsi, la necessit di proiettarsi nell'altro, sia pure per vantare se stesso o divenire capobanda. Od entrare nella Resistenza, come per compiere il salto di qualit e battersi finalmente, senza abdicare alle proprie tradizioni di vita, dalla parte giusta, dalla parte della Storia, dalla parte del Progresso; un'aspirazione certo inconsapevole ma nel contempo lucida, ch le norme della giustizia e dell'eguaglianza sono scolpite, prima che sulle tavole delle leggi, nel cuore dell'uomo, soprattutto dell'uomo infantile.

10Ecco: questo quanto mai variopinto affresco di persone e di sentimenti, di pulsioni e di mentalit, di istintualit e di modi d'agire ci introdurrebbe perfettamente in questo primo romanzo di Calvino nel quale, a venire descritte con la lente insieme di ingrandimento e di deformazione dell'occhio di Pin, sono i comportamenti (e le personalit) degli uomini del pi scalcinato dei distaccamenti partigiani, quello guidato, pur con fermezza anche se con notevole ambiguit, dal Dritto: ladruncoli, ex-carabinieri, militi, borsaneristi, girovaghi. Gente?-?li descrive il commissario Kim nel noto capitolo nono che si distacca completamente dal contesto della narrazione 7 ?-?che s'accomoda nelle piaghe della societ e s'arrangia in mezzo alle storture, che non ha niente da difendere e niente da cambiare. Oppure tarati fisicamente, o fissati, o fanatici. Il commissario Kim che esprime questo giudizio?-?quel Kim cui il Sentiero  dedicato e che, allora studente di medicina, fu intimo amico e coetaneo di Calvino?-?dice di costoro anche di pi e di peggio. Dice:

Un'idea rivoluzionaria in loro non pu nascere, legati come sono alla ruota che li macina [...] Perch combattono allora? Non hanno nessuna patria n vera n inventata. Eppure c' coraggio, c' furore anche in loro.  l'offesa della loro vita, il buio della loro strada, il sudicio della loro casa, le parole oscene imparate fin da bambino, la fatica di dover esser cattivi. E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell'anima e ci si trova dall'altra parte.

11Ma Kim sa anche capire e andare pi in profondo; sa andare al di l del momento presente e sa guardare alla Storia; sa gettar l'occhio su come essa, fra salite e cadute, risalite e ostinati passi in avanti, abbia percorso in progress il suo tutt'altro che facile cammino. Dice ancora:

Qui si  nel giusto, l nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, l si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, quel furore antico che si sfoga in spari, in nemici uccisi,  lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c' la storia [il corsivo  mio]. C' che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall'altra. Da noi niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro [...] Tutto servir se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un'umanit senza pi rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L'altra  la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perch non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell'odio.

12 E conclude:

Questo  il significato della lotta, il significato vero, totale, al di l dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonima, da tutte le nostre umiliazioni: per l'operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo: utilizzare anche la nostra miseria umana; utilizzarla contro se stessa per la nostra redenzione, cos come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuate la miseria e l'uomo contro l'uomo.

13 Non sempre ci era accaduto di leggere, sulla lotta partigiana, parole cos chiare, cos semplici e cos pulite.

Il trionfo della metastoria

14A questo punto le cose divengono pi difficili. Calvino collabora regolarmente all'Unit (terza pagina); nel gennaio del '56 la segreteria del Pci lo nomina membro della Commissione culturale nazionale; poco prima aveva ottenuto dalla Einaudi la qualifica di dirigente.  il periodo della guerra fredda col mondo diviso in due parti e, subito dopo, col cinquantasei, la destabilizzazione e il cosiddetto disgelo, agli occhi dello scrittore ormai pi che trentenne e bene avviato verso una notevole carriera di prestigioso intellettuale, sembra che la figura morale del rivoluzionario possa ritrovare la necessaria armonia tra rivoluzione e verit. Quanto meno una grande speranza (cos, pi tardi, in un'intervista a Repubblica nel dicembre del 1980). Ma la sua personale attivit di scrittore? Volgersi decisamente, secondo le indicazioni del partito, a una narrativa d'impianto realistico-sociale o dar vita al Visconte dimezzato gettandosi, alla Swift, nell'ambito s dell'inverosimile e del remoto nel tempo, ma sempre con potenti agganci alla realt del presente grazie a una spietata raffigurazione, come scriveva Engels, degli uomini dalla ristretta mentalit borghese? Fu questa la sua scelta sicch, nell'estate del 1951, dett, pressoch di getto il racconto-romanzo sopra citato, poco meno di un centinaio di pagine che videro la luce l'anno successivo nei Gettoni di Vittorini. La Resistenza era ormai lontana e la realt?-?ebbe a scrivere in proposito 8 ?-?entrava in binari diversi ed esteriormente pi normali; diventava cio istituzionale e le classi popolari, pertanto, non si potevano che vedere se non attraverso le loro istituzioni. Io stesso?-?prosegue con coraggio?-?ero entrato a far parte d'una categoria regolare: quella del personale intellettuale delle grandi citt, in abito grigio e camicia bianca. Bisognava riconquistare la realt quotidiana che in quel momento,nel 1951, non era soltanto l'uomo scisso tra edonismo capitalistico e austerit socialista; era anche l'uomo alienato di Marx e l'uomo represso di Freud e l'intento dello scrittore fu appunto quello di combattere contro tutti i suoi dimidiamenti per auspicare l'uomo totale. E cos prese vita il Visconte. Costui, Medardo di Terralba (nel Genovesato), parte in una guerra contro i turchi (siamo sullo scorcio del secolo decimosettimo) e torna a casa dimezzato, tagliato in due per lungo da un colpo di cannone. Prima, a far ritorno,  la sua parte cattiva e quindi, riscoperta sotto un cumulo di cadaveri, la sua parte buona: come R. L. Stevenson col suo Dr. Jekyll and Mr. Hyde e con i due fratelli del Master of Ballantrae, dava cos il via al primo episodio di quella grandiosa trilogia?-?Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente?-?che poi, in un diverso ordine e con una Prefazione quanto mai chiarificatrice Calvino, nel 1960, pubblicher col titolo ben significativo de I nostri antenati, indubitabilmente il suo capolavoro per compattezza e festosit di stile, per l'amalgama tra favola e proiezione in essa degli eterni problemi dell'uomo e della Storia, per l'abilissimo intreccio di figure solo apparentemente secondarie ma ben piuttosto allusive ai problemi eternamente reali (la figura ad esempio di Mastro Pietrochiodo, il carpentiere che sa costruire le forche pi sofisticate evitando di pensare a ci cui servono); per la stessa limpidezza del dettato che sa peraltro costantemente giovarsi della suspense e della straordinariet del meraviglioso. Aggiungici infine i due cori degli ugonotti e dei lebbrosi?-?i primi a illustrare satiricamente quell'etica religiosa senza religione che fu secondo Max Weber, la caratteristica dei pionieri del capitalismo; i secondi una sorta di wagneriana deformazione del nesso estetismo-malattia?-?e avrai davvero un universo dimidiato; un universo, in altre parole, ove ciascuna forza vivente sembra soltanto interessata a declamare ed elogiare il proprio dimidiamento.

15La rivoluzione francese, ebbe a scrivere Marx al principio del suo Diciotto brumaio, attu il periodo eroico dello sviluppo della borghesia. Sennonch, una volta instaurata la nuova formazione sociale, i colossi antidiluviani scomparvero e, con essi, il romanesimo risuscitato. Completamente assorbita nella produzione della ricchezza e nella lotta pacifica della concorrenza, essa fin col dimenticare che i fantasmi dell'epoca romana avevano vegliato attorno alla sua culla. Questo lo sfondo, in modo un poco immaginoso, in cui potremmo immettere la seconda pice degli Antenati?-?quel Barone rampante che, steso nel biennio 1956-57, apparve presso Einaudi in quest'ultimo anno e che rappresenta sicuramente il racconto pi complesso dei tre, l'affresco pi vasto di uno dei periodi pi rilevanti dell'esperienza storica europea: l'et che dalla cultura illuministica sbocca nell'esplosione rivoluzionaria, si raffredda nell'avventura napoleonica e rifluisce infine nella Restaurazione. Su questo scenario, narrate dal fratello, si snodano le sconcertanti vicende del baronetto Cosimo Piovasco di Rond (sempre nel Genovesato) il quale, salito su un albero il 15 giugno del 1767 per un contrasto col padre, non metter pi piede sulla terraferma fino al giorno della sua morte (sessantacinque anni passati) e sparir anzi nel cielo con una prodigiosa mongolfiera. Dunque di nuovo il mirabolante, l'inverosimile, il fantastico-allusivo.

16Possiamo qui soprassedere su tutta la prima parte di ci che accade all'ancor giovanissimo Cosimo nella sua scelta di non camminare pi sulla terra, e non gi per misantropia ma per meglio partecipare, dall'alto, alla comune vita dei suoi simili; per educarli come veniva educando se stesso; per spronarli generosamente al lavoro come non avrebbe potuto fare senza spronare anche se stesso onde allestirsi tra i rami una vita il pi possibile confortevole; e soprattutto per incitarli allo studio tanto dei classici (da Ovidio a Diderot) quanto delle scienze tecniche, e di quel mondo naturale e animale che l'umanit ha sempre considerato o barbarie o riserva di caccia. Pi avanti negli anni, tra elci olivi o ciliegi, Cosimo avr la libreria illuministica pi aggiornata del paese; terr rapporti epistolari con Voltaire e Rousseau (anche se quest'ultimo non gli risponder mai), sar in grado di stampare i suoi pi avveniristici ebdomadari; realizzer insomma una sua pienezza di vita sottomettendosi costantemente alla pi ardua delle autodiscipline. L'autocrearsi, in certa misura, in un'et che si preparava, grazie alla cultura dell'illuminismo e nello scontro feroce col gesuitismo, alla propria liberazione (un'anticipazione della Resistenza?).

17Si leggano le grandiose e quasi tolstojane pagine di questa lunghissima biografia nella quale, nella mente dello strano protagonista, viene sempre pi chiarendosi, e quasi prorompere, l'idea di una societ universale costituita da uomini eguali liberi e giusti. Abbiamo evocato Tolstj, e il nome del grande scrittore realista non sembri una bizzarria inserita in un contesto tanto fantasioso. Lo autorizzerebbe se non altro (sia pure deformato dalla lente dell'ironia) l'incontro di Cosimo con Napoleone, l'uno tra i rami del bosco l'altro sulla terra conquistata; l'autorizzerebbe il ricordo, in questa occasione, delle battute scambiate tra il Grande Alessandro e il cinico Diogene; l'autorizzerebbe soprattutto lo scorcio, davvero fulmineo e stupefacente, con il quale si chiude il penultimo capitolo: le poche parole intercorse tra Cosimo e un ufficiale russo sull'inevitabilit di dover vivere in una situazione spaventevole e in una condizione di ricerca quasi simile alla fatica di Sisifo. Scrive dunque Calvino:

- Vous voyez... La guerre... Il y a plusieurs annes que je fais le mieux que je puis un chose affreuse: la guerre... e tout cela pour des idals que je ne saurais presque expliquer moi mme...

- Anch'io,?-?rispose Cosimo,?-?vivo da molti anni per degli ideali che non saprei spiegare neppure a me stesso: mais je fais une chose tout  fait bonne: je vis dans les arbres.

L'ufficiale da melanconico s'era fatto nervoso.?-?Alors,?-?disse,?-?je dois m'en aller -. Salut militarmente.?-?Adieu, monsieur... Quel est vtre nome?

- Le Barone Cosme de Rondeau,?-?gli grid dietro Cosimo, che gi lui era partito.

- Proc?aite, gospodin ... Et le vtre?

- Je suis le Prince Andrj...?-?e il galoppo del cavallo si port via il cognome.

18Solo, come accennavamo, la lente deformante dell'ironia? Non credo. Scriver in proposito Calvino (nella Prefazione agli Antenati del '60): Stava succedendo con questo personaggio qualcosa per me d'insolito: lo prendevo sul serio, ci credevo, m'identificavo con lui 9 .

19Un'ultima osservazione ancora su questo Barone rampante. Poche pagine prima (capitolo ventiseiesimo), quando anche nel Genovesato i contadini e le bande di tutti gli irregolari facevano risuonare tra i filari delle vigne il grido del a ira!, Calvino annota: C'erano insomma anche da noi tutte le cause della Rivoluzione francese. Solo che non eravamo in Francia e la Rivoluzione non ci fu. Viviamo in un paese dove si verificano sempre le cause e non gli effetti.  difficile non pensare alla Resistenza e al mondo perduto dei partigiani del distaccamento del Dritto.

20E finalmente il terzo e ultimo di questi racconti fantastici, Il cavaliere inesistente, molto pi breve del Barone e steso nel 1959. Esso  ambientato nel pieno Medio Evo, al tempo di Carlo e dei suoi paladini, vale a dire in quell'et del favoloso e del leggendario di cui s'erano gi avvalse la fantasia ancora ingenua di un Boiardo e quella ben pi acuta, penetrante e allusiva di un Ludovico Ariosto (e di quest'ultimo certo Calvino si ricorda). Sennonch, per il nostro scrittore, il Medio Evo di Carlo rispecchia esattamente i tempi a lui attuali, i tempi nostri, e li rispecchia perch, sia in quell'antico e primitivo mondo sia in questo ben pi maturo, l'uomo non esiste, travolto e annichilito dalla corsa l alla vanagloria della bella impresa, qui al denaro e al bene di consumo. All'inizio del quarto capitolo Calvino scrive:

Ancora confuso era lo stato delle cose del mondo, nell'Evo in cui questa storia si svolge. Non era raro imbattersi in nomi e pensieri e forme e istituzioni cui non corrispondeva nulla d'esistente. E d'altra parte il mondo pullulava di oggetti e facolt e persone che non avevano nome n distinzione dal resto. Era un'epoca in cui la volont e l'ostinazione d'esserci, di marcare un'impronta, di fare attrito con tutto ci che c', non veniva ancora interamente usata.

21Fermiamoci un momento: cos' questa volont e questa ostinazione d'esserci? Risponderebbe Calvino: la coscienza di s, la coscienza d'esistere come uomo, sennonch, tale coscienza, se allora consisteva esclusivamente in una particolare armatura?-?l'armatura variegata dei diversi cavalieri e paladini -, oggi consiste in quella professione che ti fa valere non per quanto sei ma per quanto questa armatura-professione ti rappresenta su un mercato tanto anonimo quanto frenetico. Quale dunque il tema di fondo di quest'altra favola surreale? La conquista dell'essere, della coscienza che ciascuno dovrebbe avere di potersi realizzare come uomo. E cos nel racconto, tra i paladini di Carlo Magno, ce n' uno dal nome lunghissimo che inizia con Agilulfo e che per non esiste. Ossia: esiste come armatura, la quale agisce e si muove proprio come se ricoprisse un cavaliere; ma dentro tale armatura il cavaliere non c'. Come gi aveva benissimo visto Sergio Antonielli, si allude non solo al venir meno (nel mondo contemporaneo) ma addirittura all'esaurirsi della singola personalit all'interno di una professione che sola, automaticamente e meccanicamente, continua ad avere un senso ma un mondo ormai completamente alienato. E, grottesco Sancho Panza di questo stravolto e drammatico cavaliere inesistente,  lo scudiero Gurdul, che si fa albero se vede un albero, anitra se si trova tra anitre.

22Il racconto  indubbiamente drammatico nonostante il favoloso, cosi com' pieno di problemi e di stimoli alla riflessione. Ha anch'esso i suoi due cori contrapposti?-?quello dei Cavalieri del Graal come una sorta d'estetismo mistico e una vacua ambiziosa religiosa d'annullamento del tutto, e quello del popolo dei Curvaldi che hanno imparato, con la fatica e col lavoro, cosa significhi stare al mondo e starvi sempre alla pari; ha tutta una serie di figure maggiori e minori che distraggono il lettore dalla sola piacevole lettura onde immergerlo nella meditazione; funge insomma da prologo (per quanto sia stato l'ultimo ad essere pensato e realizzato) a tutto questo complesso affresco metastorico che non fa in realt che rimandare, quasi ossessivamente, alla Storia. Giustamente Calvino, nei Nostri antenati, l'ha collocato al primo posto, non come epilogo ma come una sorta d'introduzione al grande quadro dell'attuale decadenza. E, in modo non troppo sotterraneo, si viene altres profilando quello che a mio giudizio non fu certo un nodo secondario della sua problematica: la vocazione dello scrittore e la riflessione sulla sua professionalit nei condizionamenti di un mercato sempre meno disposto a fare buon viso alla seriet dei propositi e al bello e retto scrivere. Ma non questo soltanto. Come ora vedremo, c' indubitabilmente nel Calvino degli anni Sessanta una forte svolta verso soluzioni letterarie non lontane dalla fantascienza onde introdurre nella narrazione immagini, dimensioni e situazioni completamente fuori dai confini umani. Una provocazione? Sicuramente; almeno gettata nell'ambito del mondo letterario, animato a quei tempi dalle proposte avanzate dal cosiddetto Gruppo '63 (non sempre da Calvino condivise ma da lui attentamente seguite); una provocazione. Che in ogni caso sottintende?-?e direi in maniera abbastanza esplicita?-?la funzione e il ruolo dello scrittore divenuto ormai un professionista del narrare, beninteso (almeno in Calvino) nel suo senso pi alto. E sono anche gli anni in cui il Nostro intensifica i suoi soggiorni, che durano anche molto a lungo, negli Stati Uniti d'America, in Scandinavia e infine a Parigi dove, dal 1967, abiter con la moglie Esther Judith Singer (detta Chichita), fino al 1980 anche se con frequenti ritorni in Italia. Italo Calvino  ormai il nostro scrittore pi rappresentativo.

Ambizioni e rischi dello scrittore di professione

23Nonostante abbandoni, dopo i fatti di Poznan e di Budapest, il partito comunista (agosto 1957), Calvino non rinnega il peso decisivo che proprio la milizia comunista ebbe ad assumere nella sua formazione umana e intellettuale, cos come conferma la sua fiducia nelle prospettive democratiche del socialismo internazionale. Nella gi ricordata intervista a Repubblica del dicembre del 1980, egli confessa tuttavia che la politica venne da allora ad assorbirlo sempre di meno in quanto, registrando molte cose in notevole ritardo (cose e problemi che la societ manifesterebbe invece mediante altri canali), finisce per compiere operazioni abusive e mistificanti. In altre parole: rid vita all'anarchismo della sua prima giovinezza epper complicato, nel suo esprimersi, dalla posizione di notevole notoriet ormai conquistata, in particolare nel mondo dell'alta cultura e dell'alta editoria. Il 3 novembre del 1961 scrive questa illuminante lettera a Emilio Cecchi 10 :

Il fatto  che da un po' di tempo le richieste di collaborazione da tutte le parti?-?quotidiani, settimanali, cinema, teatro, radio, televisione -, richieste una pi allettante dell'altra come compenso e risonanza, sono tante e cos pressanti che?-?combattuto tra il timore di disperdermi in cose effimere, l'esempio di altri scrittori pi versatili e fecondi che a momenti mi d il desiderio d'imitarli ma poi finisce invece per ridarmi il piacere di star zitto pur di non assomigliare a loro, il desiderio di raccogliermi per pensare al libro e nello stesso tempo il sospetto che solo mettendosi a scrivere qualunque cosa anche alla giornata si finisce per scrivere ci che rimane?-?succede insomma che non scrivo n per i giornali, n per le occasioni esterne, n per me stesso. Si aggiunge poi l'alibi del lavoro per la casa editrice, che progetto sempre di ridurre a un minimo per avere poi tempo di scrivere per conto mio, mentre invece quanto pi mi assorbe tanto mi fa pi comodo, perch giudicare, far tradurre e far pubblicare i libri altrui  sempre un lavoro utile e appassionante, e meno faticoso e impegnativo che scrivere libri proprii.

24Non ci vuol molto a capire che dietro l'impasse cos abilmente giustificato c' in realt il problema di riuscire a produrre, dopo la trilogia degli Antenati cos genialmente descritta e illuministicamente strutturata, un altro libro altrettanto genialmente descritto e illuministicamente sostenuto. Questione invero di vocazione e di ispirazione che, probabilmente attenuatesi o gi compiutamente realizzatesi, venivano ora poste pericolosamente alla prova con le ambizioni di indicare una nuova e diversa strada del narrare, acque non ancora o ben raramente battute, e ci nell'inevitabile enfasi che avrebbero suscitato (e che invero suscitano ancora in critici di professione sempre e comunque autoreferentisi) 11 in un panorama critico-letterario che, in Francia soprattutto, a quei tempi era in pieno, effervescente ed effimero fervore. Come che sia, i risultati della narrativa calviniana degli anni Sessanta non sembrano cos straordinari come in genere si crede. Se, poniamo, con le venti novelle-fiabe di Marcovaldo composte a partire dal '52 e pubblicate nel 1963, questa nuova letteratura sociologica sa schernire in profondit e con una icasticit intrisa di malinconia gli aspetti pi assurdi della citt industrializzata e tutt'affatto mercantile e consumistica (il Bene Distruttivo dell'ultima favola escogitato dall'apparato propagandistico  sicuramente un colpo di genio); se con La giornata di uno scrutatore soprattutto, scritta nel corso di un decennio dal '53 al '63 e pubblicata in quell'anno, essa sa mettere a nudo l'ultima degradazione dell'uomo entro le sue stesse istituzioni con la cruda rappresentazione del raccapricciante sfruttamento politico dell'estrema infelicit ( il resoconto della giornata che uno scrutatore iscritto al partito comunista trascorre tra gli storpi e i dementi del Cottolengo), con le Cosmicomiche prima (1965) e quindi con T con zero (1967) 12 inizia invece quella letteratura fantascientifica del possibile che consacrer lo stile Calvino. Un passo in avanti verso un pubblico nuovo, come sempre  stato sostenuto e ancora si sostiene, o non piuttosto un arretramento?

25Ora Calvino abbandona i confini del mondo umano per inoltrarsi, dopo essere divenuto un topo di biblioteca per conquistarsi le necessarie competenze, in quello della genesi dei corpi celesti, delle diverse strutture geologiche o d'ogni possibile forma di vita e d'ogni pi azzardata ipotesi scientifico-astrologica. Le storie che nelle Cosmicomiche ci viene via via raccontando il personaggio-principe del libro, quel Qfwfq dal nome impronunciabile (come del resto quello dei suoi comprimari) che attraverso le innumerabili ere cosmologiche  giunto fino ai tempi nostri (lo ritroveremo infatti nella prima sezione di T con zero), sono storie dove non c' pi confine tra il possibile e l'impossibile e dove a campeggiare, sempre con allusiva ironia, sono ormai le leggi della biologia, della matematica e quindi, in T con zero, della logica. E anche e sovente, del compiacimento del sofisma gettato a esplorare cosa in realt siano il tempo e lo spazio. Ci che Calvino cerca nella trasfigurazione comica, o ironica, o addirittura grottesca e fumistica del reale?-?egli confessa ed ammette?-? la via per uscire da ogni limitatezza e univocit di ogni rappresentazione e di ogni giudizio; ma con quali risultati? Il lettore prova pi di una difficolt a seguire un dettato cos ossessivamente allusivo, e se pure comprende perch il perfetto mondo buio di Ayl e il suo ideale di bellezza siano andati perduti in un mondo in cui sono apparsi i colori (Le Cosmicomiche: Senza colori) o perch, nel racconto sui Dinosauri, l'estinzione di quei mostri antidiluviani rappresenti, in colui che ne  l'ultimo erede, un segno d'altissima distinzione, pure, alla fine di una lettura tanto impegnativa (che invero Calvino cerca di rendere pi gradevole con la sua tipica spigliatezza), ci che davvero comprende  che ormai al mondo della storia si  venuto sostituendo quello, notevolmente spettrale, dell'infinitamente possibile, tanto da ripetere fra s la convinzione di Gottfried Benn secondo la quale non c' alcuna realt ma solo la coscienza umana che, in virt della sua creativit, non fa che formare incessantemente mondi per poi trasformarli, subirli e spiritualmente modellarli. Uno degli esiti dello scrittore di professione?

26Val forse la pena di richiamare le parole che in una conferenza a Buenos Aires, a un anno della morte, ossia nel 1984, Calvino ebbe a pronunciare a proposito della sua vocazione di scrittore entrata in crisi (gi vi abbiamo accennato) dopo i racconti del Corvo e il Sentiero dei nidi di ragno. Disse 13 :

La crisi dur fino a quando non decisi che avevo scritto non il romanzo che credevo di dover scrivere, che gli altri si aspettavano che scrivessi, ma il romanzo che mi sarebbe piaciuto leggere, un libro come arrivato da un altro tempo e da un altro paese, da un autore sconosciuto, un vecchio volume trovato in soffitta, mezzo mangiato dai topi, a cui abbandonarmi col fascino delle letture infantili. Fu allora che trovai la vena fantastica che poi pubblico e critica giudicarono la pi rispondente al mio temperamento [e qui l'allusione va alla trilogia degli Antenati].

Ma anche in seguito ho sempre cercato di non rimanere prigioniero di alcuna immagine di me stesso. Vorrei che ogni libro che scrivo fosse il primo, vorrei che ogni volta il mio nome fosse quello d'uno scrittore nuovo. Continuo ad appassionarmi nel leggere libri soprattutto se sento che non saprei mai scrivere niente del genere, e provo a confrontarmi con i loro autori, a comprendere cosa mi rende differente da loro, cosa hanno loro che io non ho. Questo pensiero funziona in me come una sfida [...] Negli ultimi miei libri il modello tradizionale (dell'arte di narrare) si  trasformato nell'invenzione di meccanismi generatori di storie che ho poi sentito il bisogno d'elaborare in disegni sempre pi complicati, ramificati, sfaccettati, avvicinandomi a un'idea di iper-romanzo o romanzo elevato all'ennesima potenza.

27E indica quindi il risultato migliore di questo romanzo elevato all'ennesima potenza (c' naturalmente l'esperienza francese dell'Oulipo) nel suo libro del '79 Se una notte d'inverno un viaggiatore. Orbene: se non si pu non guardare con grande rispetto e, direi, perfino con una sottesa sottile complicit, a questi nobili traguardi?-?scrivere cio, continuamente rinnovandosi, il libro o meglio, il primo libro, e cos rinnovare, altrettanto continuamente, l'interesse del pubblico e della critica -; se questo, dicevo, non si pu probabilmente negare,  pure altrettanto vero (quasi documentabile) che il mestiere di scrivere diventa una sorta di professione ossessiva.  verissimo, come Calvino ebbe pi volte a sottolineare 14 , che i nostri libri sono in gran parte anche i figli delle nostre letture (e tanto pi lo sono per uno scrittore dalla cultura universale come il Nostro); resta comunque il fatto che la convinzione benniana di cui abbiamo fatto prima cenno, nel quadro di questa prospettiva, prende sempre pi vigore e si congiunge al desiderio dell'eroe di Musil Ulrich che, alla domanda che cosa farebbe se il governo del mondo fosse nelle sue mani, risponde: Non mi resterebbe che sopprimere la realt. Calvino, beninteso, non giunge a tanto ch anzi, questa realt, vorrebbe sempre pi scomporla e ricomporla per meglio comprenderla e tuttavia, sullo sfondo (se non dico troppo) c', con la dissoluzione del mondo, la dissoluzione dell'uomo.

Il romanzo degli infiniti possibili

28Il romanzo-emblema degli infiniti possibili?-?come si potrebbe definire il romanzo del tardo Novecento (secondo Calvino) a petto del grandioso ma ormai esaurito romanzo realista del primo e pieno Ottocento -, prima di concretarsi nel '79 nel Se una notte d'inverno un viaggiatore si annuncia con altri due libri del sanremese ormai divenuto in certa guisa, soprattutto in America, uno scrittore (di professione) internazionale. Si tratta del Castello dei destiniincrociati, edito in edizione definitiva nel '73 ma gi apparso in una sua parte nel '69, e delle Citt invisibili del '72. Due libri molto diversi tra loro eppure eguali nel pi profondo dei contenuti: l'infinito possibile delle esistenze reali ancorch illusorie e l'infinito possibile del mondo delle vite interiori (sogni, desideri, memoria, segni, eccetera). Nel Castello, immerso nell'atmosfera irreale e senza tempo tipica dei romanzi cavallereschi di Chrtien de Troyes (del Parsifal in particolare) e delle pi antiche chansons de geste, prende vita e balza in primo piano la strategica e sagace arte combinatoria dei tarocchi che, manovrati con straordinaria sapienza da un gruppo di muti giocatori, sanno o possono indicare, come appunto si diceva, gli infiniti possibili di possibili, anche se non esperite, esistenze ed esperienze, non senza dimenticare le celebri sequenze ariostesche del viaggio di Astolfo sulla Luna; nelle Citt invisibili invece, sullo sfondo delle relazioni di viaggio che Marco Polo fa direttamente al Gran Kan dei Tartari, relazioni costantemente punteggiate dalle riflessioni dei due personaggi e da certe loro considerazioni che sovente si spingono fino al mondo attuale, si muove tutto un paesaggio che, intonato a una breve ed intensa liricit, esprime gli infiniti sogni che nascono, nel cuore dell'uomo, dall'aver egli contemplato pi di cinquanta citt inesistenti. E ciascuna di queste citt invisibili alla vista ma ben visibili agli occhi della vita interiore, ha un nome di donna. La verit dei misteriosi atlanti posseduti dal Gran Kan risulta infine quanto mai superiore ai comuni atlanti della realt delle cose, e se l'irrazionale che domina il mondo sembra talora distruggere il fermento di idee sogni e passioni che sempre sorreggono i due interlocutori, la conclusione  tuttavia confortante. L'inferno dei viventi non  qualcosa che sar; se ce n' uno,  quello che  gi qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. E quindi:

Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo pi. Il secondo  rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non  inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

29  la soluzione, non solo rischiosa ma quanto mai difficile, che ha sempre proposto la grande saggezza umanistica: da Seneca a Petrarca a Montaigne, sino agli esiti pi validi della cultura marxista: l'uomo che si autocrea nonostante l'inferno della basse passione e degli ancora pi bassi conformismi.

30L'ultimo, e pi complesso e in certo modo definitivo, degli iper-romanzi calviniani?-?il romanzo elevato all'ennesima potenza?-? senza alcun dubbio, e dichiaratamente, Se una notte d'inverno un viaggiatore, uscito presso Einaudi nel 1979 poco pi di cinque anni prima della morte dello scrittore. Nel gi ricordato Il libro, i libri (p. 138), Calvino ne parla in questi termini:

 un romanzo sul piacere di leggere romanzi; protagonista  il lettore che per dieci volte comincia a leggere un libro che, per vicissitudini estranee alla sua volont, non riesce a finire. Ho dovuto dunque descrivere l'inizio di dieci romanzi d'autori immaginari, tutti in qualche modo diversi da me e diversi tra loro: un romanzo tutto sospetti e sensazioni confuse; uno tutto sensazioni corpose e sanguigne; uno introspettivo e simbolico; uno rivoluzionario-esistenziale; uno cinico-brutale; uno di manie ossessive; uno logico e geometrico; uno erotico-perverso; uno tellurico-primordiale; uno apocalittico-allegorico. Pi che d'identificarmi con l'autore di ognuno dei dieci romanzi, ho cercato di identificarmi col lettore: rappresentare il piacere della lettura d'un dato genere pi che il testo vero e proprio. Pure, in qualche momento, mi sono sentito come attraversare dall'energia creativa di questi dieci autori inesistenti. Ma soprattutto ho cercato di dare evidenza al fatto che ogni libro nasce in presenza di altri libri, in rapporto e confronto ad altri libri.

31Siamo dunque di fronte a un libro?-?il romanzo del romanzo?-?in cui i due protagonisti, il Lettore e la Lettrice, si trovano di fronte a un racconto che s'interrompe proprio sul pi bello talch, per ovviare a questo inconveniente, sono costretti a ricorrere a librai, filologi, case editrici, traduttori, scrittori, biblioteche, professori universitari, gruppi rivoluzionari e via di seguito, in un contesto coreografico pressoch sterminato. Ed  appunto da questa ricerca spasmodica che nasce il romanzo di Calvino, il racconto di quel Lettore e di quella Lettrice (anche questi due tipi sono puntigliosamente caratterizzati) che alla fine si sposeranno e continueranno le loro letture nel loro letto matrimoniale: un lieto fine ottimistico ancorch illusorio in quanto minacciato dall'estrema evocazione di un enigmatico conte alla mille e una notteche s'interrompe, esso stesso, su drammatici interrogativi. Senza dire, naturalmente, che questo libro dei libri, questa somma di tutti i libri ricercati, diviene, insieme e paradossalmente, l'apoteosi e la fine del narrare.

32Mille altre cose infine si potrebbero dire (e sono state dette ancorch spesso in modo poco perspicuo e con quella gergalit che  tipica di non pochi critici  la page) su quest'opera calviniana che viene considerata, a mio parere a torto, il suo capolavoro. C' anzitutto la suggestione del modo di narrare di Jorge Louis Borges che Calvino cominci a conoscere ed amare dalla fine degli anni Cinquanta; la sua idea di letteratura come mondo costruito e governato dall'intelletto; la sua propensione per lo scrivere breve anzich lungo (onde Calvino dir d'essere anch'egli uno scrittore di racconti anzich di romanzi). C', nell'esaltazione del libro come una sorta di labirinto e d'infinito gioco degli specchi, la giusta osservazione sul ruolo della suspense o di quell'incipit in cui  gi racchiuso tutto l'incanto magico del futuro racconto; c' nella figura fantastica di Silas Flannery la figura dello scrittore di professione e di grande successo ma anche, come si evince dal diario che costui tiene, il riconoscimento delle sue amarezze e dei suoi scacchi e, diciamo pure, la consapevolezza del proprio fallimento; c'..., ma  ormai inutile continuare. Perch? Perch nel (grande) scrittore Calvino, nello stile Calvino, il lettore meno emotivo e meno cedevole alle lusinghe del presunto moderno, dell'infinito possibile o dell'astrazione elevata all'ennesima potenza, avverte con chiarezza, e con amarezza, che in tutto questo c' soprattutto la dissoluzione della personalit umana e, nel trionfo poetico della stravaganza nervosa, il reale e terribile trionfo della prosa del capitalismo 15 .

Note

1 Queste e altre notizie nelle Risposta al questionario di un periodico milanese, Il paradosso, rivista di cultura giovanile, 23-24, settembre-dicembre 1960, pp. 11-18 e in Ritratti su misura di scrittori italiani. Sodalizio del libro, Venezia, 1960, p. 60.

2 Nella Prefazione che lo stesso Calvino stese alla riedizione del 1964 al suo Il sentiero dei nidi di ragno. Citiamo (p. 10) dalla ristampa Garzanti, 1989.

3 Ivi, pp. 10-11.

4 Ivi, p. 15.

5 I 30 racconti di Ultimo viene il corvo vennero pubblicati per la prima volta nei Coralli di Einaudi nel 1949. Venti di essi vennero inclusi nel 1958 in una raccolta pi ampia intitolata I racconti. Il sentiero dei nidi di ragno, terminato nel dicembre del 1946, venne pubblicato da Einaudi nel 1947. Nel 1964 riappare, sempre presso Einaudi, un'importante Prefazione dell'autore. Tutta l'opera di Calvino  oggi raccolta nei Meridiani di Mondadori per la direzione di C. Milanini: Romanzi e racconti (3 voll.); Fiabe italiane; Saggi e Lettere 1949-1985 (Milano 1991-2000).

6 Da Ultimo viene il corvo. Citiamo dall'edizione Garzanti, Milano, 1988, p. 150.

7 Il commissario Kim, come ebbe a confessare Calvino nella gi ricordata Prefazione (p. 19),  la controfigura di un suo amico e coetaneo, allora studente in medicina, che, commissario di una divisione partigiana (quella nella quale lo stesso Calvino aveva militato come semplice garibaldino), aveva via via assunto serie responsabilit di comando. Sempre nella Prefazione lo scrittore lo descrive come un argomentatore analitico, freddo, sarcastico verso ogni cosa che non fosse un fatto?-?un pensoso giudice, insomma, del fenomeno resistenziale.  altrettanto noto che il capitolo nel quale compare il commissario Kim?-?il nono del Sentiero?-?si distingue da tutti gli altri sia per l'innesto ideologico in un racconto che si fondava essenzialmente sul picaresco, sia per il tono stilistico tutt'affatto diverso, quasi una prefazione inserita in mezzo al romanzo. Tutti gli amici?-?dice ancora Calvino?-?gli consigliarono di espungerlo, ma lui tenne duro (Prefazione, pp. 11-12). Ed ebbe ragione. Le citazioni che qui seguono si leggono alle pp. 150-52 della gi ricordata ristampa Garzanti (Milano, 1989).

8 Nella riedizione dei tre racconti riuniti in un solo volume con il titolo I nostri antenati. La citazione nell'edizione Einaudi, Torino, 1960, p. x.

9 Ancora nella Prefazione, p. xv. Sar da notare che il Barone rampante, nell'edizione del 1960,  l'ultimo dei tre racconti e pertanto le pagine qui ricordate suonano anche come una chiusa molto dolorosa.

10 La si pu leggere in I. Calvino, I libri degli altri. Lettere 1947-1981, a cura di G. Tesio, Einaudi, Torino, 1991, pp. 380-81.

11 Vd. ad esempio ci che Asor Rosa torna a scrivere nella sua recente Storia europea della letteratura italiana, Einaudi, Torino, 2009, vol. III, p. 558 e ss.

12 Le prime Cosmicomiche apparvero nel '64 sul Caff. L'ultima raccolta, del 1984, Cosmicomiche vecchie e nuove, contiene quasi tutti i testi precedenti articolandosi in pi parti: La memoria dei mondi, Inseguendo le galassie, Le biocomiche, Racconti deduttivi (in queste due ultime entrano testi gi apparsi in T con zero). I due libri del '65 e del '67 sono dunque strettamente collegati.

13 Traggo la citazione della conferenza (Il libro, i libri) dalla silloge Mondo scritto e mondo non scritto, curata da M. Barenghi per gli Oscar Mondadori, Milano, 2002, pp. 136-37. Il volume riproduce una quarantina di scritti fra saggi, articoli, recensioni e testi di conferenze.

14 Ancora per esempio nell'84, in risposta a un'inchiesta di Liberation: vedila in Mondo scritto e non scritto, cit., pp. 144-45.

15 Poco aggiungono al gi detto le pi brevi e successive raccolte di Palomar (1983), Collezione di sabbia (1984) e il postumo Sotto il sole giaguaro (1986), libro che avrebbe dovuto intitolarsi I cinque sensi secondo una tematica cara all'alto medioevo. Il volume ne raccoglie tre. Mancano quelli dedicati alla vista e al tatto.
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FINE Parte 2.